Per tre sere consecutive, Bologna è stata attraversata da una rete silenziosa di sguardi attenti. Non ronde né controlli, ma squadre di cittadini e operatori impegnati in un’operazione senza precedenti: il censimento delle persone senza dimora promosso dall’Istat, realizzato in contemporanea in quattordici capoluoghi italiani. Un lavoro capillare, svolto tra portici, sottopassi e giacigli improvvisati, con l’obiettivo non solo di contare, ma di ascoltare.

Sporti di Via de Foscherari a Bologna (© Wikipedia)
Un metodo nuovo per raccontare una realtà nascosta
La città è stata suddivisa in 65 aree operative e scandagliata da 280 volontari, attivi dalla prima alla terza notte. Il censimento ha adottato un approccio inedito: oltre all’individuazione dei luoghi in cui si dorme per strada, è stata proposta una serie di interviste strutturate, facoltative, pensate per raccogliere informazioni sulla condizione di vita, lo stato di salute, le relazioni familiari e il rapporto con i servizi sociali.
L’ultima rilevazione nazionale di questo tipo risaliva al 2011. Allora, in Italia, le persone senza dimora erano circa 50 mila. A Bologna, nel 2021, tra senzatetto e persone senza fissa dimora erano state censite 666 presenze in città, 1.156 sull’intero territorio provinciale. Numeri che oggi potrebbero essere cresciuti, anche alla luce delle trasformazioni sociali ed economiche degli ultimi anni.
I volontari di Bologna come “sentinelle urbane”
A rendere possibile l’operazione è stata una chiamata pubblica che ha raccolto un’adesione ampia e trasversale. Accanto agli operatori del terzo settore, hanno partecipato pensionati, giovani adulti e soprattutto studenti universitari, in particolare provenienti dai corsi di sociologia e lettere. Dopo una formazione specifica, sono stati messi in condizione di muoversi con discrezione, rispettando le persone incontrate e la delicatezza delle situazioni.
Il coordinamento locale è stato affidato a fio.Psd, la Federazione italiana organismi per le persone senza dimora. «Queste persone spesso non esistono nelle statistiche – spiega Erica Foy – e senza dati è difficile costruire politiche efficaci. Ma la sfida più grande è stata entrare in relazione, porre domande intime in poco tempo, conquistare fiducia».

Veduta aerea del centro di Bologna (Fonte immagine: Depositphotos)
Le storie dietro i numeri
Le interviste, condotte in italiano o in inglese, hanno privilegiato in particolare le donne, una componente spesso meno visibile e meno documentata del fenomeno. Le domande spaziavano dalla percezione di sicurezza al rapporto con la salute, dagli episodi di furto alle esperienze lavorative, fino ai legami familiari.
In via Lame, un uomo di circa cinquant’anni ha raccontato di vivere nello stesso angolo da oltre cinque anni. L’ultimo contratto regolare risale a più di un decennio fa, seguito da lavori saltuari in nero. Ha parlato delle difficoltà respiratorie, dell’ennesimo cellulare rubato, unico filo per restare in contatto con qualche parente.
In zona Santo Stefano, invece, alcuni giovani senza dimora che si arrangiano con piccoli lavori manuali hanno risposto alla domanda su cosa amassero fare con una parola inattesa: studiare. Nelle strutture di accoglienza, più di una persona ha indicato un infortunio sul lavoro come evento che ha segnato l’inizio della caduta.
Non sono mancate domande dirette, spesso mai rivolte prima: “Si sente al sicuro dormendo in strada?”, “Quando è stata l’ultima visita medica?”, “Ha figli?”. Questionari lunghi, anche mezz’ora, che alla fine lasciavano spazio a una domanda semplice e disarmante: “A cosa servirà tutto questo? Migliorerà la mia vita?”.
Franco Arzani e la memoria negata
Il censimento si intreccia con un altro tema che attraversa la città: quello della memoria e del riconoscimento. Franco Arzani, volto noto tra il Ghetto e via Oberdan, è morto lo scorso giugno a 58 anni. Sempre presente, sorridente, capace di creare un senso di umanità condivisa, era diventato parte del paesaggio urbano.
Dopo la sua morte, alcuni cittadini avevano proposto una targa in suo ricordo, “L’angolo di Franco”, con le frasi che rivolgeva ai passanti. Ma il condominio su cui avrebbe dovuto essere affissa ha detto no. Tra le motivazioni addotte, il timore di incentivare l’accattonaggio e l’idea che solo chi ha contribuito economicamente al benessere collettivo meriti un riconoscimento pubblico. Una decisione non unanime, che lascia aperta la possibilità di un ripensamento.
Fonte: Repubblica
