Un nuovo allarme scuote il dibattito sull’intelligenza artificiale, e porta il nome di Dario Amodei, fondatore insieme alla sorella Daniela di Anthropic, la società che ha lanciato Claude, un sistema di IA generativa presentato come il «più etico di tutti».
A lanciare l’allarme Agi è stato proprio Amodei prima dal palco di Davos, il forum che riunisce i potenti del mondo, e poi sulle pagine di un saggio dal titolo L’adolescenza della tecnologia. Confrontarsi con i rischi di un’IA potente e superarli. Un doppio intervento che riapre, inevitabilmente, il dibattito sui limiti e sui pericoli dell’intelligenza artificiale.
Categorie professionali iniziano a svanire
Nel giro di pochi anni l’intelligenza artificiale potrebbe raggiungere capacità cognitive paragonabili a quelle umane, mentre intere categorie professionali iniziano ad essere sostituite e a svanire. Prima gli ingegneri informatici, poi gli impiegati, e presto, avverte Amodei, il contagio potrebbe estendersi ad altri lavoratori. A tutto questo si aggiunge il rischio che terroristi e regimi autocratici mettano le mani su queste tecnologie per fini tutt’altro che nobili.
Gli oligarchi dell’IA
Tornano così le domande di sempre: siamo di fronte a timori fondati o a esagerazioni studiate a tavolino? Allarmi autentici o strategie per accreditarsi come salvatori dell’umanità e, al tempo stesso, tenere a distanza poteri pubblici e regolamentazioni? È difficile dirlo. Di certo, i campioni, o, come li definiscono alcuni, gli oligarchi, dell’intelligenza artificiale hanno dimostrato di saper alzare i toni, alimentando visioni apocalittiche che impongono a ogni loro presa di posizione un vaglio critico e un salutare distacco. Eppure, proprio l’analisi dei loro annunci offre l’occasione per tentare di scrutare uno dei centri di potere più opachi e misteriosi del nostro tempo.
Poco, pochissimo si sa dei veri registi di una rivoluzione descritta come epocale, al punto da mettere in discussione il senso stesso dell’umano. Ancora meno chiare sono le loro intenzioni: il rapporto che intendono instaurare con i poteri istituzionali, con i cittadini, con quell’umanità che viene evocata di continuo come un soggetto unico e astratto.
Software senza programmatori?
In Anthropic, ha raccontato Amodei, gli ingegneri informatici non scrivono più il software: il codice è prodotto direttamente dall’intelligenza artificiale, mentre agli umani resta un ruolo di supervisione. Da qui una previsione drastica: la quasi totale scomparsa degli ingegneri del software nel giro di sei-dodici mesi e il ridimensionamento di almeno metà dei lavori impiegatizi entro cinque anni. Uno scenario che si intreccia con un’ulteriore scadenza ravvicinata: entro il 2027, i modelli di IA potrebbero raggiungere in diversi campi il cosiddetto livello Nobel, ovvero la capacità di condurre ricerca e sperimentazione in autonomia.
Nel saggio il fondatore affronta anche il nodo occupazionale, invitando le aziende del settore a maggiore generosità nei confronti dei dipendenti e, più in generale, a un supplemento di riflessione ed etica nelle proprie dinamiche interne.
Il freno invisibile dell’intelligenza artificiale
A Davos, nel corso di un faccia a faccia, il numero uno di Google DeepMind, Demis Hassabis ha scelto un registro più prudente rispetto ai toni apocalittici di altri protagonisti del settore. Secondo Hassabis, la probabilità che entro il 2030 si arrivi a un’intelligenza artificiale dotata delle stesse capacità cognitive umane non supera il 50 per cento.
A rallentare la corsa, osserva, potrebbe essere l’infrastruttura fisica dell’IA. Data center, approvvigionamenti energetici e produzione di chip rischiano di trasformarsi nel principale terreno di scontro, non solo tra grandi potenze, ma anche all’interno delle società occidentali.
I nodi irrisolti dell’IA
Fuori dalla bolla delle Big Tech, nel mondo reale, crescono intanto dubbi e contestazioni, mentre dai palazzi del potere continuano a prevalere silenzio e passività. Le domande si moltiplicano: quali garanzie democratiche possono offrire i pochissimi campioni dell’intelligenza artificiale, tutti orientati al profitto e maestri nell’arte della segretezza? E quanto è solida una corsa sostenuta da valutazioni azionarie gigantesche, spesso sproporzionate rispetto ai fatturati, con il rischio sempre più evocato di una deflagrazione della bolla dell’IA?
A questo si aggiungono le crescenti proteste negli Stati Uniti come in Italia per l’impronta ecologica dell’intelligenza artificiale: data center mastodontici, consumi esponenziali di energia e di acqua per il raffreddamento.
A Davos, Hassabis ha messo sul tavolo un punto difficilmente contestabile, dicendosi «costantemente sorpreso» dal fatto che pochi economisti e studiosi stiano analizzando seriamente le ricadute sociali e occupazionali dell’esplosione dell’IA. Un ritardo che non riguarda soltanto l’accademia. In questa fase storica, i poteri pubblici e democratici appaiono i grandi assenti o forse, più precisamente, i grandi esclusi.
(Fonte: Quotidiano Nazionale, Lorenzo Guadagnucci)
