Il 28 giugno del 1896 più che una giornata “storica”, e lo fu certamente, si potrebbe definire per Bologna, una giornata di festa viste le importanti inaugurazioni che avvennero. Tutta la famiglia reale venne a Bologna per inaugurare tre cose importanti, sotto vari aspetti, per la città. Tre cose molto diverse fra loro, ma che, ciascuna nel suo campo, era il punto di arrivo, ma in un caso anche e soprattutto di partenza, di processi lunghi decenni.
Le tre inaugurazioni di quel 28 giugno 1896
- L’Istituto Ortipedico Rizzoli
- Il Pincio della Montagnola
- La statua in onore di Marco Minghetti
Francesco Rizzoli e il suo lascito
Questa istituzione bolognese è, assieme alla Università, quella che maggiormente è nota nel mondo. La sua storia è legata a Francesco Rizzoli, grande medico e filantropo.Nato nel 1809 a Milano da una famiglia bolognese, Francesco Rizzoli, rimasto orfano, venne affidato a uno zio paterno abitante a Bologna dove compì tutti i suoi studi, conseguendo la Laurea in Chirurgia nel 1829 e in Medicina nel 1831. Tutta la vita professionale la svolse a Bologna dove ricoprì gli incarichi più importanti nel settore della chirurgia sia presso le Cliniche universitarie che presso l’Ospedale Maggiore.
Fu molti anni Presidente della Società Medico-Chirurgica di Bologna e nel 1876 fu nominato Professore di Clinica Chirurgica Operatoria di Pavia. Ardente patriota partecipò all’8 Agosto 1848 e coordinò il servizio di soccorso ai feriti allestito nel Palazzo Tanari di Via Galliera 16, assieme a Carolina Pepoli Tattini.
Prestò la sua opera durante le Guerre d’Indipendenza e fu nominato anche Senatore del Regno. Professionalmente l’illustre medico fu molto stimato e apprezzato, non solo in campo locale, tanto che nel 1862 fu chiamato fra i primi dal Governo a visitare il generale Giuseppe Garibaldi per la ferita alla gamba riportata in Aspromonte.
Personalmente schivo, il Prof. Rizzoli era considerato un po’ misantropo ed avaro; non aveva famiglia, viveva modestamente assieme ad un suo parente, nonostante guadagnasse molto. Ma il Prof. Rizzoli aveva un sogno.

Veduta dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna (© ior.it)
L’Istituto Ortopedico Rizzoli
Nel 1879 acquistò per £ 55.000, dal Demanio dello Stato, l’ex-convento di San Michele in Bosco per fondarvi un esemplare Istituto Ortopedico provinciale.
L’Istituto, che voleva dirigere lui stesso, doveva avere come nobile scopo “il progresso della scienza, il bene dell’umanità e il patrio decoro”. Questo gesto non solo dimostrò la generosità del donatore, ma anche la lungimiranza dello scienziato che previde la separazione in tempi brevi della ‘chirurgia dell’apparato scheletrico’ da quella generale.
Rizzoli non riuscì a vederne neppure l’inizio, in quanto morì il 24 maggio 1880, pochi mesi dopo l’acquisto. Ma lasciò £ 1.754.894 per la realizzazione del suo progetto. Partiva così la storia di quello che oggi conosciamo come Istituto Ortopedico Rizzoli.
Nel suo testamento aveva scritto: «Con ció le mie sostanze che mi sono pervenute dai malati torneranno a pro dell’umanitá sofferente e l’impianto di detto istituto di cui tanto abbisogniamo tornerá inoltre a vantaggio della scienza ed arte salutare, cui con vero amore ho dedicato la vita».
La Provincia di Bologna, soprattutto nella persona di Giuseppe Bacchelli, si incaricò della realizzazione del sogno di Rizzoli. Ci vollero sedici anni (i lavori pubblici non sono lenti solo oggi…), ma finalmente il 28 giugno 1896 il Rizzoli decollò. Da allora è sempre stato un polo di eccellenza per la scienza ortopedica, dagli storici direttori Putti e Codivilla fino ad oggi.
Giustamente la città ha onorato Rizzoli intitolandogli la sua strada principale. Il “prima” è la storia di uno scienziato patriota e schivo, il “dopo” una storia di lavoro, studio e abnegazione di migliaia di medici e ricercatori che, anche se provenienti da tutta Italia e da tutto il mondo, il Rizzoli ha reso tutti “bolognesi”.

Scalinata del Pincio della Montagnola di Bologna (© Comune di Bologna)
Il Pincio alla Montagnola
La costruzione della Via dell’Indipendenza interessò anche il lato occidentale della Montagnola. Questo primo parco pubblico cittadino aveva avuto la sua sistemazione ad opera dell’Arch. Martinetti negli anni di Napoleone. La nuova arteria ne portò via una parte. Dopo la costruzione della Stazione si ideò un ingresso monumentale alla Montagnola dalla nuova via Indipendenza, noto poi come il Pincio di Bologna.
Gli architetti Muggia e Azzolini costruirono il grande portico di 140 metri e la grande scalinata. Sulla parete affacciata verso la stazione fu posta una serie di altorilievi in marmo che celebrano Bologna e la sua storia. Nel corpo centrale una fontana, opera di Diego Sarti e Pietro Veronesi. Dentro una conchiglia sormontata dallo stemma cittadino, una ninfa su un cavallo marino viene assalita da una piovra. Questa statua fu detta subito dal popolo “la moglie del Gigante”, e anche Carducci accettò questa versione.
Sulle terrazze e sulla scalinata furono posti quei numerosi lampioni in ghisa che ancora oggi si possono ammirare. Il Pincio fu concepito come il biglietto da visita monumentale della città per chi vi giungeva con la ferrovia. Il Pincio, quindi, non fu concepito come puro ornamento estetico. Voleva avere anche un significato simbolico.
Inoltre, era il compimento di quel lungo percorso di rinnovamento urbanistico concepito subito dopo l’Unità e che si era concretizzato con la creazione della via Farini, della via Garibaldi, della piazza Cavour e infine della Via dell’Indipendenza, la cui costruzione era durata quasi cinquanta anni. E che oggi si ritrova nuovamente modificata, con la fine dei recenti lavori per il tram.

Monumento a Marco Minghetti (© Museo Risorgimento Bologna)
Monumento a Marco Minghetti
L’area compresa fra le vie Castiglione, Farini e dè Toschi, che fin dai primi del’800 era stata caratterizzata da una architettura povera e dalle rovine del teatro Formagliari bruciato nel 1802, fu fortemente modificata dalla costruzione della sede della Cassa di Risparmio, il Palazzo di Residenza, opera di Mengoni.
Si decise di liberare lo spazio circostante, di fare una piazza e un giardino. L’area, a forma di elle, sarà poi ulteriormente definita con la costruzione del Palazzo delle Poste, nel 1909.
La nuova piazza fu dedicata a Marco Minghetti e al centro fu progettato un monumento affidato allo scultore Monteverdi. Il monumento, che raffigura il Minghetti con il cappello in mano, suscitò qualche polemica, e qualcuno lo definì quello di un mendicante. Ma furono solo queste le polemiche: tutti convennero che fosse giusto ricordare e celebrare con un monumento uno dei più insigni statisti della sua epoca.
La vita di Minghetti
Marco Minghetti, nato a Bologna nel 1818, fu legato nella sua formazione ad illustri personaggi di alto spessore intellettuale e scientifico e viaggiò molto all’estero. Alla salita al Soglio di Pio IX sperò, con altri intellettuali cattolici, in un’alleanza “moderata” che portasse ad una federazione fra gli Stati italiani sotto l’egida, super partes, del Pontefice.
Ma quando nel 1848 il Papa ritirò il suo appoggio, in un primo tempo concesso, alla guerra contro l’Austria, il Minghetti si ritirò dal progetto di un primo Governo laico dello Stato Pontificio, in cui il Pio IX gli aveva offerto la carica di Ministro dei Lavori Pubblici.
Si rifugiò allora in Piemonte. Minghetti aderì poi alla Società Nazionale e nel 1856 scrisse per Cavour un memorandum sullo stato delle province pontificie da presentare al Congresso di Parigi, per meglio mettere in evidenza l’arretratezza del governo papalino.
Stretto collaboratore di Cavour, dopo l’Unità d’Italia fu Primo Ministro e Ministro in diversi Governi e, anche in quella veste, andò incontro a qualche delusione. La più significativa fu quella della bocciatura alla sua proposta di uno Stato con forti articolazioni Regionali.
Sotto il suo Governo si raggiunse il pareggio di Bilancio, non senza malumori e sommosse per le forti tasse (fra cui quella, odiatissima, del “macinato”). Morì nel 1886 e fu sepolto alla Certosa di Bologna.

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