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Bologna e dintorni

Non fare niente a Bologna: l’arte del bighellonare raccontata da Giorgio Comaschi

L’intervista per Radiabo di Marco Tarozzi a Giorgio Comaschi, sul bighellonare a Bologna e l’arte del non fare nulla

Tutta mia è la città - Intervista a Giorgio Comaschi
Tutta mia è la città - Intervista a Giorgio Comaschi

Giorgio Comaschi, intervistato da Marco Tarozzi nella trasmissione Tutta mia è la città, racconta che Bologna si scopre anche stando fermi. È questa la provocazione, solo in apparenza, al centro della puntata che vi inseriamo nell’articolo e che vi invitiamo ad ascoltare per non perdere la chiacchierata tra i due che si sono incontrati al Bar Barbaldi di via Castiglione, luogo simbolo della Bologna più autentica.

Giornalista, attore teatrale, cabarettista e chansonnier dal tono ironico e malinconico, Comaschi racconta la sua città partendo dal titolo del suo ultimo libro: “Non fare niente a Bologna”. Un elogio del tempo lento, dell’osservazione e della curiosità urbana.

Il flâneur bolognese: guardare la gente è il vero museo

Ispirandosi alla figura del flâneur di Baudelaire, Comaschi descrive un modo diverso di vivere Bologna: camminare senza fretta, sedersi in un bar, osservare chi passa, immaginare storie. Non perdersi, ma scegliere di andare senza un obiettivo produttivo.

Nel libro, che è anche una guida camuffata, propone veri e propri percorsi cittadini: dai tragitti di Carducci ai portici di Saragozza, fino alla finestrella di via Piella. Il centro non sono i monumenti, ma le persone che li guardano.

Il “cazzeggio propositivo” e la Bologna delle osterie

Comaschi rievoca la Bologna delle notti lunghe (dei Biassanôt), delle osterie, delle discussioni infinite davanti a un bicchiere di vino. Un tempo in cui il “non fare niente” era in realtà una potente arma creativa: parlando di nulla nascevano idee, canzoni, testi, intuizioni.

Quella cultura del bar, popolata da filosofi improvvisati, cretini geniali e osservatori silenziosi, oggi secondo Comaschi si è spostata sui social. Con una differenza fondamentale: al bar esisteva il dubbio, online spesso restano solo certezze urlate.

Il valore del silenzio (che abbiamo dimenticato)

Uno dei temi più forti è l’elogio del silenzio. In una società che parla continuamente, il silenzio diventa uno spazio prezioso per pensare, osservare, ricordare. Comaschi racconta come persino un minuto di silenzio, oggi, sembri insopportabile.

Eppure, proprio nelle pause, come insegnano i grandi attori, nasce il significato. Il silenzio restituisce peso alle parole e profondità allo sguardo.

Giorgio Comaschi, durante la mostra "Le foto del Babbo"

Giorgio Comaschi (immagine tratta dal suo profilo Facebook)

Giornalismo, scrittura e ironia sui tic quotidiani

Nonostante il teatro, la musica e i social, Comaschi si definisce prima di tutto giornalista. Osservare la realtà, coglierne i difetti (anche i propri) e raccontarli con ironia è il filo rosso della sua carriera.

Dagli inglesismi inutili ai vizi quotidiani, fino alla trasformazione del calcio moderno e del tifo, Comaschi mantiene uno sguardo lucido, affettuoso e mai moralista. Anche quando parla di Lucio Dalla, della Bologna calcistica o della nostalgia per un tempo che non torna, evita la retorica.

Restare bambini, restare curiosi

Il messaggio finale è semplice e potente: restare curiosi, accettare la propria “cretinaggine” come forma di libertà, continuare a guardare il mondo con gli occhi di chi non ha fretta di arrivare. Perché a Bologna, e forse ovunque, non fare niente può essere il modo migliore per capire tutto.

E tu cosa ne pensi?

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