Nella giornata di ieri, venerdì 11 novembre, Ken Loach, è stato insignito della laurea ad honorem in Scienze Filosofiche nel corso di una cerimonia tenutasi sull’asse Londra-Bologna. Al King’s college della capitale del Regno Unito, il rettore Giovanni Molari ha aperto la sessione, mentre a Bologna, dall’Aula Magna della biblioteca universitaria (Bub), quattro professori hanno omaggiato le motivazioni del conferimento. Scontato, dovuto e fortemente voluto dall’università più antica del mondo occidentale e dai suoi rappresentanti.
La sensibilità artistica
Il prorettore per il personale, il professor Giorgio Bellettini, rompe gli indugi: ringrazia Loach per la responsabilità civica che irrora il suo cinema e che ci fa vedere ciò che facciamo finta non esista. Poi è il turno di Alberto Burgio (filosofo e proponente del conferimento): ammette che non ci sia bisogno di un’introduzione per via della caratura intellettuale del regista inglese. La volontà di premiarlo scaturisce da una decisione presa dai dipartimenti di Filosofia e Arte. Burgio afferma che sia la sensibilità filosofica di Loach, a restituire al pubblico la dura e contraddittoria realtà, attraverso lo sguardo critico-registico del cineasta. In particolare, le spregiudicate politiche neoliberali, tanto più nel Regno Unito. E ancora: il regista, dice Burgio, cerca e trova soluzioni che facciano emergere la dignità umana, affinché alcune tematiche risultino maggiormente evidenziate nel processo compositivo del film. «Tutto ciò che ci rende umani emerge dall’incoerenza, dalla fragilità umana», dice il filosofo. Il professor Burgio, conclude il suo intervento citando Brecht: «Building an ideal society».
Cinema e filosofia
Chiudono la prima parte, gli interventi del professor Riccardo Brizzi (direttore del Dipartimento delle Arti) e del professor Luca Guidetti (direttore del dipartimento di Filosofia). Brizzi disquisisce sul ruolo che Loach impianta nella tecnica cinematografica: il suo cinema è uno strumento morale, una riflessione. Contemporaneamente, il pubblico del regista britannico è reso più umano dallo svolgimento della pellicola. Perché? Il motivo è spiegabile dal grado di coinvolgimento per le storie e le tematiche trattate. Poche o nulle sono le possibilità di evasione; lo spettatore è catturato da vicende che lo proiettano alla propria esperienza quotidiana. Per Guidetti, Loach, rifiuta sia il determinismo (responsabilità), sia il fatalismo, perché tutto (nei suoi film) può cambiare. I soggetti, quasi sempre poveri e marginali, sono uniti -all’interno della sceneggiatura- da un’azione collettiva solidale che determina un cambiamento nelle vicissitudini cinematografiche.
Ken Loach e la Lectio magistralis
La lectio magistralis di Ken Loach che segue la consegna della laurea magistrale ad honorem è uno spaccato di vita. La sua questa volta, che, poeticamente unisce tempi lontani. Inizia negli anni ’60 a teatro: poi la BBC, dove comincia quel filone di storia personale che legherà indissolubilmente con le storie di altri. Racconti di gente comune, per le strade, nella terra d’Albione. Viene influenzato dal cinema italiano del dopoguerra e intuisce che la classe operaia dovrà essere il soggetto della sua opera. Loach parla del nesso esistente tra le persone e la politica: restituisce ai presenti l’importanza della buona scrittura, della gentilezza: «è importante godersi, divertirsi -stare bene- facendo cinema».
Negli anni Ottanta inizia la sua aspra critica, indirizzata alle politiche conservatrici: il mosaico che scaturisce da questo pensiero, lo contraddistinguerà nell’impegno sociale e teorico attraverso la cinepresa. Dei conservatori dice «che hanno dimenticato i bisogni e l’umanità delle classi operaie, le hanno tradite per la logica del profitto». Prosegue, riagganciandosi con l’attualità: tempi bui, minacciosi, disperati. Parla di «insicurezza e sensazione di pericolo. Lo sfruttamento di queste insicurezze per i lavoratori. La povertà, la disuguaglianza, la rabbia, la disillusione per uno sbilanciamento». Lo sbilanciamento sociale, economico e politico, fortemente evidente, architrave di una società irrimediabilmente più tesa e incattivita.
L’attivismo politico di Loach
«Il fascismo per le strade, forse non sono fascisti ma usano tecniche fasciste: trovano nemici da attaccare, sfruttano la rabbia della gente e la alimentano». Critica la sua nazione, rea di inviare armi nei territori di conflitto: Ucraina, Gaza, Sudan. Ricorda come la questione riguardante il cambiamento climatico, sia una scelta cosciente dell’umanità di distruggere il nostro ecosistema. «Bisogna alzare la voce, altrimenti le persone vengono traviate ed eleggono alcuni Presidenti. Bisogna far vincere la conoscenza, la scienza, la solidarietà. É necessario pensare ai giovani e al mondo che gli lasciamo». Tratteggia negativamente la stupidità e la corruzione che aleggiano e imperversano nella democrazia politica europea: «ci fa vergognare». Un impegno deciso, sociale, appassionato e coinvolgente. Non poteva essere banale, non doveva essere esclusivamente una lezione di cinema e sul cinema.
L’umanità del regista
Questo è Ken Loach: divisivo per chi lo ritiene tale, leale con la propria origine, dirompente con la sua cinepresa. Il suo cinema è un fervido ritratto di tematiche troppo spesso accantonate dall’elegiaco universo cinematografico. Non si è lasciato incantare da una vuota retorica: la presa di coscienza glielo ha impedito ed -allo stesso tempo- imposto, lungo tutto l’arco del (personale) mezzo secolo di florida carriera. Emozione e dignità, impegno civile e politico , in antitesi con i nessi e le cause di una modernità approssimativa ed ipertrofica.
Alla semplicità ha sostituito l’appartenenza, cruda e pura. Al cinema ha delegato la sua poetica sociale. Ha preso le parti degli ultimi, mettendone in mostra le difficoltà socio-economiche. Non si è girato dall’altra parte: ha smorzato e ricalibrato la propaganda che attanaglia il cittadino, escluso aprioristicamente dai disegni societari. «C’è speranza per cambiare il mondo: il modo più semplice di mostrare da che parte stiamo è fare il nostro dovere, tenendo a mente la giustizia. Let’s do it! Let’s do it!»
Attulamente, nel catalogo di Raiplay, sono presenti 12 film del cineasta britannico.