Oggi parliamo dei Kansas e di Dust in the wind. Ci sono domande che sembrano appartenere al mondo della musica molto più che alla psicologia. Che cosa significa sapere che siamo destinati a finire? E come possiamo abitare una vita che, proprio perché è finita, ci costringe continuamente a confrontarci con il tempo?
La musica lo ha attraversato molte volte. Non è un interrogativo nuovo. A tal proposito, infatti, icone come Chester Bennington e Kurt Cobain, artisti che, in modi profondamente diversi e dentro storie personali altrettanto dissonanti, hanno dato voce alla fragilità, al dolore e al rapporto con la propria esistenza. Al di là delle loro biografie, ciò che torna è una domanda molto profonda: come facciamo a vivere sapendo di essere mortali? Con Dust in the Wind i Kansas lanciano un messaggio davvero forte: «Siamo polvere nel vento». Apparentemente una frase che invita al disincanto: tutto passa, tutto cambia, nulla rimane per sempre. Ma possiamo ascoltarla anche in un altro modo.
Kansas: musica del se concettuale
Ernest Becker, antropologo americano, mette in luce un paradosso: sappiamo di essere temporanei, ma costruiamo continuamente qualcosa che aspira alla continuità. Un libro, una relazione, un figlio, un’opera, persino il ricordo che lasciamo negli altri possono diventare modi attraverso cui il nostro sé concettuale cerca una forma di permanenza.
Non necessariamente perché desideriamo essere immortali in senso letterale, ma perché abbiamo bisogno di percepire che la nostra esistenza non sia soltanto un evento destinato a dissolversi senza lasciare traccia. È come se, accanto alla consapevolezza del nostro essere fisico e finito, costruissimo una rappresentazione di noi capace di proiettarsi nel tempo, attraverso ciò che siamo, ciò che facciamo e ciò che lasciamo agli altri.
Il valore di ogni granello
L’essere umano non è soltanto un organismo che nasce, cresce e muore. È anche un essere capace di pensare a se stesso, di immaginare il proprio futuro e persino la propria assenza. Questa capacità ci permette di progettare, creare e attribuire significato alla nostra vita, ma ci mette anche davanti alla consapevolezza della nostra finitezza.
Ed è proprio qui che l’impermanenza può diventare una possibilità. Se tutto è destinato a trasformarsi, allora non siamo chiamati a rendere la nostra vita perfetta o immutabile. Anche gli errori possono diventare occasioni per conoscerci, crescere e compiere quel balzo evolutivo che ci permette di trasformare l’esperienza.
Dust in the Wind dei Kansas ci ricorda allora che anche la polvere ha una storia mentre attraversa il vento. Il punto, dunque, non è smettere di essere polvere, ma imparare a dare valore a ogni granello, proprio perché sappiamo che, prima o poi, il vento lo porterà altrove.
