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Francesca Albanese : «Perché ci sia uno Stato serve una terra, e la terra sotto i piedi dei palestinesi è finita»

Il dialogo tra Fausto Gianelli e Francesca Albanese per la presentazione del libro ‘La luce del risveglio. Dalla Palestina al mondo intero, un manifesto di resistenza e libertà’ all’interno del Parco della Montagnola a Bologna

Francesca Albanese saluta il pubblico (© Matteo Cordari x Radiabo)
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Giovedì 24 settembre, all’interno del Parco della Montagnola, è andato in scena un incontro tra la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese e la cittadinanza. Nella cornice dell’evento sono accorse migliaia di persone per ascoltare i temi trattati dalla giurista italiana. L’evento, promosso da Arci Bologna, si è contraddistinto per una serie di dichiarazioni da parte di Francesca Albanese nella lunga intervista fiume alla quale si è sottoposta. Dal palco di Montagnola Republic, in seguito all’introduzione di Marco Pignatiello (Responsabile Cultura Arci Bologna) è iniziato il dialogo tra Fausto Gianelli (avvocato ELDH – Avvocati Europei per la Democrazia e i Diritti umani) e Albanese. In questo articolo vi proponiamo i passaggi più interessanti della chiacchierata tra Gianelli e Albanese, in occasione dell’uscita del nuovo libro della relatrice speciale delle Nazioni Unite, ‘La luce del risveglio. Dalla Palestina al mondo intero, un manifesto di resistenza e libertà‘, edito da Rizzoli.

Francesca Albanese – Dialogo con Fausto Gianelli

Fausto Gianelli apre così il dibattito con Francesca Albanese. «La forza, la guerra, la sopraffazione, il genocidio non sono più tabù, ma sono uno strumento normale con cui il potere anche economico-finanziario persegue i suoi fini e noi non ne saremo indenni, perché quel mondo lì lo abiteremo anche noi. Questo libro (il libro scritto da Francesca Albanese n.d.r.) è un’operazione di verità, cioè ci mette davanti alla verità dei fatti usando le parole giuste per spiegare ciò che sta accadendo oggi. Oggi la verità è il gesto più rivoluzionario, cioè quello che può cambiare il corso degli eventi. A Francesca chiedo di parlarmi di questo libro, del perché di questo libro».

La prima risposta

La risposta di Francesca Albanese. «Innanzitutto voglio salutare questa folla meravigliosa, siete tantissimi. Per me questa terra (Emilia-Romagna n.d.r.) è importantissima. Mi viene sempre da sorridere rileggendo il sottotitolo del mio libro: la mia editor alla Rizzoli mi dice ‘Francesca non ti rendi conto, questa è la roba più politica che tu abbia mai scritto’. È sicuramente la cosa più politica che abbia mai scritto, ma soprattutto è un libro che ho scritto dopo essermi interfacciata tante volte con tante e tanti di voi. Questo libro è nato sull’onda delle presentazioni di ‘Quando il mondo dorme‘. La luce del risveglio. Dalla Palestina al mondo intero, un manifesto di resistenza e libertà è nato di getto, in risposta alle domande fattemi, senza prosopopea, portando la crudezza dei fatti.

Gli assassini mirati di giornalisti e medici, le bombe che continuano a cadere nelle tendopoli, un esercito che continua a bruciare ulivi, demolire case e cacciare via le famiglie palestinesi dalle loro case e che dall’altra parte affama la popolazione palestinese. Il genocidio sta continuando. La crisi del sistema dei valori ci aiuta a capire cosa sta succedendo. Viviamo in un sistema in cui non solo i profitti vengono prima dei diritti, ma al punto tale da speculare sulla morte di decine di migliaia di bambini. Una parte della nostra società continua a negare che ci sia un genocidio, continua a negare le responsabilità; c’è una parte della nostra società che si sta arricchendo grazie a quello che succede in Palestina. La luce del risveglio è essenziale, è consapevolezza. Ma la consapevolezza non basta: serve l’azione, non individuale bensì collettiva perché noi siamo comunità».

Francesca Albanese (© Matteo Cordari x Radiabo)

Seconda domanda

Fausto Gianelli chiede a Francesca Albanese se ha ancora fiducia nel diritto, a chi spetta usarlo e rivendicarne l’utilizzo. «Il diritto è uno strumento preziosissimo. Ad esempio: il quadro normativo che è emerso post Seconda Guerra Mondiale, che ha nella Convenzione sul Genocidio una delle transizioni più simboliche perché riconosce il male che si è appena fatto e vuole bandirlo ed esorcizzarlo. Ci sono stati altri genocidi, in Bosnia, in Ruanda, però c’è stata progressivamente una consapevolezza maggiore di quell’ingrediente fondamentale comune a tutti i genocidi, ossia la disumanizzazione. La Convenzione sul Genocidio ci fornisce una serie di strumenti per intellegere la realtà e prevenirlo. La situazione attuale è quindi il fallimento del Diritto o della comunità umana? Anche io ho sbagliato, non vedendo ciò che era già chiaro. Nel febbraio del 2023 uno storico israeliano mi disse ‘c’è un genocidio in corso’. Il Diritto non ha fallito: bisogna piuttosto chiedersi cos’è il Diritto. È uno strumento di protezione. La nostra libertà si sta riducendo sempre più. Il Diritto agisce in questo contesto e va attivato.

Terza considerazione e domanda

Fausto Gianelli riepiloga il corso degli eventi in Palestina. «I primi bombardamenti degli ospedali, con dissimulazioni fornite da Israele, adducendo il missile ad Hamas. La seconda volta c’era un ferito di Hamas all’interno dello stabile. Ad oggi, Israele ha bombardato tutti gli ospedali, senza più scuse o giustificazioni perché è diventato accettabile. Passo dopo passo ci hanno portato sul baratro, quello che oggi stiamo guardando. Ci siamo arrivati un passo alla volta, accettando che ogni volta venisse spostata più in avanti la soglia dell’inammissibile e dell’inaccettabile, accettando che quello che era un tabù diventasse qualcosa di inevitabile. Francesca ti chiedo una riflessione su questa fase per tutto ciò che hai vissuto sulla tua pelle».

Terza risposta di Francesca Albanese

«Ci siamo trovati nello strapiombo e ci stiamo già cadendo dentro. Il mio amico filosofo Andrea Colamedici durante una chiacchierata mi ha detto ‘ci stiamo facendo spuntare le ali mentre cadiamo’, ed è proprio così. E non possiamo neanche permetterci di tornare dove eravamo perché c’era qualcosa di veramente storto. Il nostro sistema ha tollerato per sessant’anni la costruzione delle colonie. E negli ultimi 30/35 il periodo durante il quale, le colonie in Palestina, le colonie in Cisgiordania sono triplicate durante il processo di pace.

Io non voglio tornare lì: che continuino gli altri a parlare di due Stati due popoli. Israele è stato creato all’interno della Palestina. Non possiamo tornare a quel mondo o attaccarci a formule arcaiche che non hanno alcun senso, se non quello consolatorio per chi le brandisce come un progetto politico. Valgono meno della carta delle caramelle mangiate. Perché ci sia uno Stato serve una terra, e la terra sotto i piedi dei palestinesi è finita. Noi siamo ancora in un processo di lotta di decolonizzazione. Vorrei che la cosa più detonante fosse riuscire a fare qui quello che sta già accadendo da altre parti. Rendere la Palestina l’ago della bilancia che sposta gli equilibri politici di questo Paese e lo sta già facendo in qualche modo».

(© Matteo Cordari x Radiabo)

Francesca Albanese (© Matteo Cordari x Radiabo)

Ultima considerazione

«Prima di venire a Bologna sono stata a Marzabotto e non vi dico quanto sia stato emozionante essere in quella comunità perché lì c’è qualcosa di speciale. A Marzabotto c’è la memoria che si fa vita, che si fa impegno. Sono un po’ invidiosa di questa regione: avete una storia partigiana molto importante. Nonostante ciò, ci sono delle cose che non vengono fatte in questa bellissima regione. Quindi è bellissimo spendersi e mettere le bandiere della Palestina però poi alla resa dei conti bisogna tagliare le relazioni economiche e finanziarie con lo stato di Israele.

Vivere sotto sanzioni non è facilissimo. Però cosa fai? Cominci a disperarti o agisci? Noi siamo la famiglia dell’azione e quindi mia figlia 13enne ha fatto causa al presidente Trump. Dietro ogni sentenza di un giudice, ci sono settimane, mesi, spesso anni di battaglie di gente che non si piega e non si arrende. Queste persone portano le loro istanze dinanzi a un giudice, che normalmente opera sotto una di quelle belle scritte che pur significheranno qualcosa che ‘la legge è uguale per tutti’ e che in democrazia significa anche per chi il potere lo esercita.

Vorrei che il cambiamento venisse dalla giurisprudenza ed è necessario continuare a parlare della complicità politica ed economica. I promotori di determinate iniziative hanno trovato nel comportamento e nella condotta delle istituzioni della Regione delle cose, che non sono ancora in linea con il diritto internazionale. Le idee e le parole sono importanti, ma alla fine il cambiamento si fa con i corpi. E poi un’ultima cosa, più delicata. Ci sono tante famiglie di Gaza che sono state accolte a Bologna. Grazie per l’accoglienza però non sono pacchi postali, sono sopravvissuti ad un genocidio. Capisco la crisi del nostro Paese, ma queste persone hanno dei diritti. Quando arrivarono i rifugiati dall’Ucraina, l’Italia dette un esempio incredibile. Vi assicuro che la solidarietà è curativa perché ci permette di non piegare la testa e la schiena dinanzi alle ingiustizie. Perché non lo facciamo anche ora?»

 

 

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