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Il “diavolo in tasca”: a Bologna Carlo Verdelli racconta la dipendenza dallo smartphone

Carlo Verdelli, Il diavolo in tasca, Genitori e figli prigionieri del telefonino (©Einaudi editore)
Carlo Verdelli, Il diavolo in tasca, Genitori e figli prigionieri del telefonino (©Einaudi editore)

Oggi a Bologna va in scena un appuntamento che invita a riflettere su uno degli strumenti più potenti e controversi del nostro tempo, che incarna la generazione Z. Alle 18.30, all’Auditorium Mast di via Speranza 42, nell’ambito della rassegna Le voci dei libri, Carlo Verdelli ha presentato il suo ultimo libro, dialogando con la giornalista Arianna Aprile.

Editorialista del Corriere della Sera, Verdelli firma con Il diavolo in tasca. Genitori e figli prigionieri del telefonino (Einaudi) un’analisi lucida e attuale del rapporto tra esseri umani e smartphone, soffermandosi in particolare sul legame, spesso complesso, tra genitori e figli.

Una scatoletta che ha colonizzato le nostre abitudini e il nostro modus vivendi

Al centro del racconto, una piccola scatoletta che, in meno di vent’anni, ha colonizzato le nostre abitudini e trasformato il modo di vivere, comunicare e relazionarsi. Un dispositivo che portiamo sempre con noi, diventato ormai una presenza costante e, per molti, indispensabile, quasi una sorta di ossessione.

L’osservazione della quotidianità

Alla domanda su come sia nato il libro, Carlo Verdelli spiega che tutto è partito dall’osservazione della quotidianità: basta camminare per strada, racconta, per imbattersi in persone distratte dal cellulare fino al punto di urtare gli altri, oppure fermarsi in una stazione e notare come la stragrande maggioranza delle persone sia assorbita dallo schermo. Da qui l’interrogativo: che cos’è davvero questo oggetto così diffuso e dato ormai per scontato?

Una pandemia sociale

L’autore riferisce di aver condotto un’inchiesta, confrontandosi con esperti e raccogliendo dati significativi: nel mondo circolano circa 7 miliardi e mezzo di telefoni su 8 miliardi di abitanti, in Italia 78 milioni su 60 milioni di persone, mentre ogni secondo vengono scattati migliaia di selfie. Un fenomeno che definisce una vera e propria pandemia sociale.

Il diavolo in tasca

Spiegando il titolo, Verdelli osserva che il cellulare può essere visto come un diavolo in tasca perché si comporta come un grande tentatore. Assimilabile ad una sorta di lampada di Aladino capace di esaudire desideri e, con l’intelligenza artificiale, perfino di manipolare la realtà secondo le preferenze individuali. Come distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è?

L’autore introduce poi il concetto di nomofobia, termine che deriva da no mobile phobia, per descrivere l’ansia da disconnessione e la dipendenza crescente dai dispositivi. Evidenzia come il telefono sia diventato una presenza costante, il primo oggetto consultato al risveglio e l’ultimo prima di dormire, con un controllo continuo delle notifiche e la tendenza a evitare luoghi senza copertura di rete.

Il libro come una sentinella

Quanto alle possibili soluzioni, Verdelli ammette che la situazione è complessa: racconta di aver ricevuto numerose testimonianze, soprattutto da parte di giovani che trascorrono anche fino a 15 ore al giorno davanti allo schermo, segno di uno spostamento sempre più marcato dalla realtà fisica a quella virtuale, un cambiamento che considera ormai irreversibile. Precisa inoltre che l’obiettivo del libro non è offrire soluzioni definitive, bensì svolgere una funzione di sentinella, mettendo in guardia dai rischi: quel piccolo oggetto che portiamo sempre con noi, conclude, può nascondere trappole capaci di trasformarsi in vere e proprie sabbie mobili.

Unica strada possibile: la consapevolezza

Alla domanda se sia in atto una mutazione antropologica, Carlo Verdelli risponde che, a suo avviso, è difficile immaginare che una tecnologia così diffusa e comoda possa scomparire. Se è plausibile che una persona smetta di drogarsi o di essere alcolista, osserva, non lo è altrettanto pensare a una rinuncia collettiva al cellulare. Per questo, sottolinea, l’unica strada percorribile è quella della consapevolezza.

Verdelli aggiunge inoltre, con una punta di provocazione, di poter dichiarare che nessuna riga del suo libro è stata scritta con l’intelligenza artificiale, dicendosi convinto che presto molti altri autori sentiranno il bisogno di fare lo stesso.

(Fonte: Corriere di Bologna, Piero Di Domenico)

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