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Bologna e dintorni

Una famosa goliardata della Bologna che fu

Il racconto di una goliardata degli anni ’50, trasmessa da amico ad amico, ricordando un tempo in cui la goliardia era molto presente a Bologna e nella nostra Università

Cartolina della Festa delle Matricole di Augusto Majani
Cartolina della Festa delle Matricole di Augusto Majani (© Cassa di Risparmio in Bologna)

Chi non ha mai sentito parlare della goliardia degli scherzi più o meno grevi fatti in ambito universitario a Bologna? Personalmente, non ho mai particolarmente amato la goliardia. Era l’espressione sopra le righe di una università frequentata solo da giovani di una certa classe sociale e in quella logica aveva un senso.

L’università dei miei tempi, gli ultimi anni 60, era già una università cui accedevano anche giovani non ricchi che, puntando sul merito, puntavano sull’ascensore sociale che il titolo di studio prometteva e permetteva. Questi, erano quelli che vivevano i riti della goliardia, (papiri, codicilli, anzianità di iscrizione, piccoli taglieggiamenti, penitenze umilianti, ecc.) con fastidio, perché spesso si trattava solo di nonnismo e maleducazione.

Feluca Universitaria goliardica

Feluca Universitaria goliardica

Roberto Sgarzi e il ricordo della goliardata

Premesso questo, però, non posso dimenticare il magnifico scherzo perpetrato negli anni ‘50 da alcuni goliardi e che mi è stato descritto da un caro amico che vi assistette e che recentemente è scomparso: Roberto Sgarzi. Goliardo vero, valente odontoiatra e appassionato studioso, amante della nostra città nella quale è stato l’anima di una infinità di iniziative politico-culturali.

Iniziative con le quali quasi mai sono stato d’accordo, ma che ho sempre rispettato per l’assoluto disinteresse personale che le animava. Ricordato il vecchio, caro e affettuoso Roberto, veniamo al fatto. Anche adatto al periodo carnevalesco che stiamo passando.

Un problema di bon-ton

Fino agli anni ’50 in città erano presenti numerosi “monumenti” particolari: i vespasiani. Ora sono quasi spariti, penso facciano parte della archeologia industriale (anche se vista la grande presenza di anziani un qualcosa di simile, più decoroso, occorrerebbe… ma questo è un altro discorso).

Ma oltre ai vespasiani vi erano gli orinatoi, cioè semplici lastre metalliche appoggiate a un muro sulla quale scorreva un filo d’acqua: così “en plein air” si soddisfaceva il bisogno fisiologico.

In questo caso, nasceva un problema di bon-ton: mentre si era, per così dire, occupati si era esentati, col problema allora comune di togliersi il cappello, dal salutare i conoscenti o dall’omaggiare le persone di riguardo o le signore? Il problema non fu mai risolto.

Il vespasiano di Porta Saragozza a Bolgona

Il vespasiano “superstite” di Porta Saragozza (© Google Maps)

L’orinatoio di via Venezian, e la famosa goliardata

Uno di questi orinatoi era piazzato all’inizio di via Venezian dietro l’angolo formato del torrione del palazzo comunale. Di fronte, sulla via Ugo Bassi c’era (e c’è ancora) il noto Caffè dello Scaletto.

Orbene, anche su pressione del noto locale, l’orinatoio fu rimosso e in quell’angolo lo Scaletto pose alcuni tavolini. E il luogo fu subito ben frequentato dalla borghesia bolognese.

Un bel giorno di fine primavera comparve un cieco fornito di un lunghissimo bastone bianco. Agitandolo freneticamente e colpendo tutti quelli che erano sulla sua strada, (ma guarda caso solo gli uomini), si diresse con piglio sicuro verso l’angolo a lui ben noto e lì giunto si aprì i pantaloni ed espletò la minzione.

La sorpresa e lo sconcerto dell’elegante pubblico presente durò quel tanto necessario a completare l’avvicinamento e iniziare l’operazione. Poi, fra i gridolini delle signore, qualche indignato signore si alzò anche perché erano apparsi numerosi giovanotti che sghignazzavano.

Perché il supposto cieco ci vedeva benissimo, era un noto goliardo, e ci vedeva tanto bene da capire che era il caso di squagliarsela al più presto. Cosa che fece protetto dai suoi complici. E dell’evento rise tutta la città.

Torrione tra via Venezian e Ugo Bassi a Bologna

IL Torrione tra via Venezian e Ugo Bassi, il luogo del “misfatto” (© Google Maps)

Il Caffè dello Scaletto

Come piccola nota a margine, ricordiamo che il Caffè dello Scaletto ha questo nome perché all’epoca della sua apertura era ancora presente una scala esterna sulla Via Ugo Bassi che portava all’ingresso del torrione. Il torrione era un carcere, il carcere del Torrone”, tristemente noto all’epoca del governo pontificio e che aveva ospitato anche Luigi Zamboni che vi trovò la morte. Ed è convinzione di molti, anche mia, che sia stato “suicidato”.

E tu cosa ne pensi?

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