Seguici su

Ciao, cosa stai cercando?

Musica

Eddie Dalton, la star creata dall’IA che conquista le classifiche

Un artista inesistente entra nella top 10 di iTunes e accende il dibattito sull’intelligenza artificiale nell’industria musicale. Tra successo commerciale e interrogativi etici, il caso divide pubblico e addetti ai lavori.

Eddie Dalton

C’è un nome che nelle ultime settimane ha iniziato a circolare con insistenza nelle classifiche musicali internazionali: Eddie Dalton. Un cantante apparentemente riconducibile alla tradizione storica dei generi soul e R&B americana, evocativo nello stile di icone come Sam Cooke e Otis Redding. Eppure, dietro questo successo non si nasconde alcuna biografia, nessuna carriera, nessuna storia personale da raccontare.

Eddie Dalton, infatti, non è reale. È un artista generato interamente dall’intelligenza artificiale, capace però di scalare le classifiche di iTunes con il brano “Another day old” e di piazzare altri due singoli nella top 100. Numeri tutt’altro che virtuali: oltre 13.000 copie vendute e più di mezzo milione di streaming complessivi, accompagnati da una fanbase digitale che conta centinaia di migliaia di follower.

Eddie Dalton e il business degli artisti artificiali

Dietro il progetto si trova la società Cresty Tunes, che ha già sviluppato altri artisti completamente digitali. Dalton esiste esclusivamente come prodotto commerciale: video, immagini e contenuti lo mostrano in versioni differenti, più giovane o più anziano, costruendo un’identità credibile ma totalmente artificiale e costruita. Il fenomeno degli artisti creati con l’IA si inserisce in un contesto già segnato da una crescente diffusione di contenuti musicali generati artificialmente. Solo poche settimane fa, Universal aveva segnalato la presenza di circa 130.000 brani fake sulle piattaforme di streaming, spesso modellati sulle caratteristiche di star globali come Queen, Harry Styles e Beyoncé.

Il successo di Dalton non è casuale, ma si inserisce in una logica più ampia che coinvolge le piattaforme digitali. Gli algoritmi di suggerimento, spesso basati su logiche commerciali, tendono a proporre contenuti che massimizzano l’engagement, indipendentemente dalla loro origine.

Gli artisti artificiali possono essere quindi spinti nei consigli di ascolto accanto a nomi affermati, sfruttando somiglianze stilistiche e abbattendo i costi di produzione. Un meccanismo che rischia di alterare profondamente l’equilibrio dell’industria musicale.

E tu cosa ne pensi?

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *