Uscito il/nel: 16 Marzo 1979
Etichetta: A&M
Numero di catalogo: AMLK 63708
Durata: 46′ 06″
TRACCE:
LATO A
Gone Hollywood – 5:19
The Logical Song – 4:10
Goodbye Stranger – 5:50
Breakfast in America – 2:39
Oh Darling – 4:02
LATO B
Take the Long Way Home – 5:08
Lord Is It Mine – 4:09
Just Another Nervous Wreck – 4:25
Casual Conversation – 2:58
Child of Vision – 7:28
Quando Rick Davies e Roger Hodgson iniziano a scrivere Breakfast In America – il cui titolo iniziale sarebbe stato Hello Stranger – si ripropongono di risolvere i loro conflitti, dettati da due visioni opposte della musica e della vita stessa. Le idee di Hodgson, colto e di famiglia agiata, spesso cozzano con quelle di Davies, proveniente dalla classe operaia e non certo molto istruito.
Il nuovo disco servirà ad appianare queste divergenze ma presto si trasforma in qualcosa di totalmente diverso, con una vena ironica che ha pochi precedenti nella storia del rock.
E questa ironia va sempre nella stessa direzione: lo stile di vita, i miti, le false credenze e i cliché tipici degli USA.
I due hanno sempre negato che si trattasse di un concept album, affermando che nel disco solo tre brani hanno un riferimento alle abitudini d’oltreoceano, ma è davvero così?
Non che si abbia da mettere in dubbio la loro buona fede ma forse queste allusioni sono qualcosa più di una casualità.
La band si è trasferita in California due anni prima, nel 1977, e di certo ha trovato un mondo che poco ha a che vedere con la vecchia ed austera Inghilterra, dove da secoli resistono pub fumosi e solidi monarchi.
Già dalla copertina, una delle più iconiche degli anni ’70, si evince una forte vena ironica.
Al centro dell’immagine c’è una cameriera (che ha il volto dall’attrice Kate Murtagh) vestita come una tipica waitress americana anni ’50: capelli raccolti, divisa bianca e arancione, sorriso un po’ artificiale. Nella mano tiene un vassoio con un bicchiere di succo d’arancia e una tazza di caffè ma in realtà sta “sorreggendo” una versione stilizzata della città. La donna, inoltre, è in una posizione che ricorda la statua della libertà con il bicchiere al posto della torcia, infatti, tutta la scena è una reinterpretazione di New York City vista dall’alto, come se fosse un vassoio per la colazione, attraverso il finestrino di un aereo.
Il primo episodio del disco, Gone Hollywood, per ammissione stessa dell’autore Rick Davies, è uno dei tre brani sopracitati. Descrive l’esperienza opprimente di chi cerca successo a Los Angeles, travolto dall’eccesso e dalla falsità dell’ambiente. Il brano narra la trasformazione personale: da spettatore critico e alienato a parte integrante del sistema inquietante e superficiale hollywoodiano, arrivando infine a dare consigli basati su quella stessa mentalità cinica, corrompendo i propri valori personali per ottenere il successo e diventando ciò che si disprezzava.
Si prosegue con The Logical Song, una riflessione critica sulla perdita dell’innocenza e della spontaneità infantile a causa di un’educazione rigida e razionale. Il testo esprime la transizione da un mondo magico a uno logico, cinico e conformista, e l’urlo finale del protagonista che si chiede “chi sono io?” sembra destinato a perdersi nel vuoto. Se è pur vero che questa situazione potrebbe valere ovunque, è certo che negli Stati Uniti – dove il pragmatismo è d’obbligo – viene esasperata.
Goodbye Stranger è molto chiara e parla di una “one night stand”, un’avventura di una sola notte, e anche in questo caso non si può fare a meno di contestualizzarla nella libertina California degli anni ’70, quando i flirt sulle spiagge sono non solo il passatempo preferito dei giovani ma quasi uno sport.
La title-track, secondo dei brani “espliciti”, parla di un ragazzo che sogna di andare in America, mangiare una colazione tipicamente americana e diventare famoso ma sotto questa semplicità si nasconde ben altro: l’America viene idealizzata come un luogo pieno di opportunità e successo ma allo stesso tempo questa visione appare ingenua, quasi infantile. La cultura pop americana viene vista come seducente ma anche superficiale e le ambizioni sono grandi ma poco definite, quasi fantasiose. Hodgson ammetterà di avere scritto il brano molti anni prima, quand’era più giovane.
Il lato A si chiude con Oh Darling ma in questo caso si tratta solo di una canzone d’amore, in cui il protagonista si rivolge alla partner mentre il loro legame si sta spezzando. Non è una rottura improvvisa, piuttosto qualcosa che si consuma lentamente e non appare chiaro se il protagonista voglia salvare il rapporto o semplicemente ne stia accettando la fine.
Il lato B inizia con un capolavoro.
Take The Long Way Home narra di un musicista dilettante, deriso dalla moglie e dagli amici per la sua passione, che per ritardare il più possibile il rientro a casa “fa il giro lungo”.
Qui il materialismo americano esplode in tutta la sua ferocia: perchè coltivare una passione che non rende? Eppure nella vita scandita e malinconica di quell’uomo, l’unico momento in cui viene apprezzato da qualcuno e che lo fa felice è quello in cui si esibisce in pubblico e riceve applausi. Ma dopo quella breve euforia c’è il rientro, che attraverso “il giro lungo” viene posticipato e rimane il rimpianto di quello che avrebbe potuto essere.
Arriva Lord, Is It Mine e il cuore della canzone è racchiuso nel titolo: “Signore, è destinato a me?”.
Il protagonista si rivolge a Dio chiedendo se esista un senso nella sua vita, se ci sia qualcosa che gli appartenga davvero, se il suo destino abbia un significato: non è una preghiera tradizionale, ma una riflessione molto personale.
Viene in mente il rapporto, quasi morboso, di molti americani con la religione, alla quale affidano la propria vita, le proprie decisioni e alla quale attribuiscono gli eventi positivi/negativi, in una visione che rasenta il calvinismo più radicale. In quel titolo c’è molto più di una domanda, c’è un approccio alla vita.
Just Another Nervous Wreck è una satira spietata sul modello economico degli States: un uomo oberato di debiti è prossimo ad essere sfrattato, gli è stata tagliata la linea telefonica e ha dovuto vendere tutto, mentre la moglie – una volta così morigerata – noncurante della situazione prova un vestito nuovo davanti allo specchio. L’uomo però inizia a sentire qualcosa di strano dentro di sé: per la prima volta nella sua vita, senza più alcun possesso e con la consorte che si è finalmente rivelata per quel che è, si sente libero. Niente più affanni e corsa al successo e ai beni materiali ma solo una grande voglia di correre via in libertà. I versi della canzone mandano in frantumi i più radicati valori della società americana, tornando a mettere l’essere umano al primo posto.
Casual Conversations esplora il tema dell’incomunicabilità e della superficialità nelle relazioni personali. Il testo, di Rick Davies, descrive la frustrazione di non riuscire a connettersi profondamente con gli altri, limitandosi a chiacchiere banali e distanti. Una tematica ricorrente nel tessuto sociale degli USA, già affrontata quindici anni prima da Simon & Garfunkel nella celeberrima The Sound Of Silence e tristemente attuale anche ai giorni nostri.
Child Of Vision, terzo ed ultimo – secondo gli autori – brano “esplicito”, che chiude l’album, torna sulla piaga del consumismo, spronando l’ascoltatore a guardarsi dentro e suggerendo che la vera visione non deriva dai beni materiali ma dalla conoscenza di sé.
Bisogna credere a Roger Hodgson quando parla di casualità ma il sospetto è che, forse inconsciamente, lui e Rick Davies per una volta siano andati nella stessa direzione.
