I dati del Provveditorato evidenziano come a Bologna la quasi totalità delle scuole registri una presenza di ragazzi stranieri tale che 18 istituti comprensivi su 22 richiedono la deroga al limite del 30% per classe.
Si riapre così la faglia tra le regole nazionali e la realtà emiliana, con il governo Meloni che ipotizza nuove norme legate alla conoscenza della lingua italiana.
Da Gelmini a Meloni
Come riportato da Federica Gieri Samoggia su Il Resto del Carlino, l’applicazione della soglia del 30% di alunni con cittadinanza non italiana per singola classe rappresenta da anni una sfida complessa per il sistema scolastico locale.
Il vincolo nasce dalla circolare ministeriale del 5 gennaio 2010 dell’allora ministra Mariastella Gelmini, che stabiliva:
«Il numero degli alunni stranieri presenti in ciascuna classe non potrà superare di norma il 30% del totale degli iscritti, quale esito di una equilibrata distribuzione degli alunni con cittadinanza non italiana tra istituti dello stesso territorio».
La medesima norma prefigurava però una flessibilità operativa:
«Il limite del 30% potrà essere innalzato – con determinazione del Direttore generale dell’ufficio scolastico regionale – a fronte della presenza di alunni stranieri (come può frequentemente accadere nel caso di quelli nati in Italia) già in possesso delle adeguate competenze linguistiche».
A Bologna questa eccezione è diventata la prassi: 18 istituti comprensivi su 22 (e 5 scuole superiori su 15) sforano la soglia e chiedono l’autorizzazione al Provveditorato, poiché la maggior parte degli studenti interessati è nata o cresciuta in Italia pur non avendone la cittadinanza.
L’intervento oggi ipotizzato dall’esecutivo Meloni intende trasformare l’indirizzo amministrativo del 2010 in legge, condizionando l’inserimento nelle classi al previo accertamento delle competenze linguistiche o a percorsi d’integrazione dedicati.
Sfide scolastiche e d’integrazione
Sul piano didattico, la circolare del 2010 sottolineava già che «altro elemento fondamentale per l’integrazione degli alunni stranieri è il potenziamento della lingua italiana, indispensabile per poter andare di pari passo negli studi con i compagni di scuola italiani», definendo la questione «non un problema di razzismo ma un problema soprattutto didattico».
Sul tema delle opportunità educative è intervenuto anche il presidente della Cei Matteo Zuppi, affermando:
«Non possiamo accettare che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo».
Attorno alla gestione delle classi si riaccende inevitabilmente il confronto politico tra chi sollecita norme più stringenti e chi chiede anzitutto risorse per la didattica.
La stessa circolare Gelmini osservava già allora come «spesso, all’interno di questo dibattito, ci si è voluti dividere agitando una ingiustificata polemica di tipo ideologico».
La sfida per le istituzioni resta dunque quella di bilanciare le esigenze di programmazione scolastica con la realtà quotidiana del territorio, al riparo dalle agitazioni dettate dalla propaganda.
