Riproponiamo l’intervista a Ilaria Pitti, sociologa dell’Alma Mater Studiorum, rilasciata a la Repubblica e condotta dalla giornalista Caterina Giusberti, in seguito agli eventi degenerati in violenza di sabato pomeriggio. La manifestazione pacifica, poi sfociata in sistematici atti di scontro tra le forze dell’ordine e giovanissimi, in special modo di fronte alla Stazione di Bologna. Abbiamo assistito ad un’ondata di eccezionale forza non solo nel capoluogo dell’Emilia-Romagna. Milano e Torino sono stati gli altri due epicentri di scontro. Più in generale, in Europa scene di devastazione si sono distinte in Francia, Belgio, Portogallo e Spagna.
Bologna – Il pomeriggio di sabato
Ad Ilaria Pitti, specializzata in studi sulla partecipazione giovanile, sembra «che ci sia una lettura molto semplificata di quello che è successo. Le istanze espresse da questi giovani sono spesso derubricate a robe da teppisti. Ma questo non è solo disagio giovanile. Le giovani generazioni hanno provato per decenni a raccontarci il mondo che avrebbero voluto e si sono viste private di spazi e prospettive. La sorpresa deriva da una nostra prospettiva adulta. In realtà anche i ‘Fridays for future’ sono nati tra ragazzi delle medie e delle superiori. Se rispetto alle proteste del Sessantotto l’età si è abbassata è anche perché si è depoliticizzato lo spazio universitario».
«Smettiamola di guardare le manifestazioni giovanili in un’ottica di panico morale, secondo la definizione di Stanley Cohen: ogni cosa che accade viene letta come il sintomo del degrado sociale. Bisogna capire cosa ci stanno chiedendo. Quello del ‘Fridays for future’ è stato un movimento estremamente applaudito però molte promesse nei loro confronti sono state tradite. Non chiudo gli occhi di fronte alle violenze, ma dico che non si può neanche pensare di accomunare quello che è successo a puro vandalismo. E non ritengo che soluzioni che vanno nell’ottica della criminalizzazione siano efficaci».
«È presto per fare un’analisi, ma è interessante notare come molte delle proteste in corso partono da esperienze molto quotidiane: la difficoltà di pagare l’affitto, le scuole che non funzionano, questioni quindi meno sistemiche dei movimenti ‘No Global’ o degli attivisti del clima. Ma che servono a formulare una domanda. Quella di condizioni materiali che permettano di immaginare il proprio futuro».
