Nel cuore di Camaldoli, comunità di monaci benedettini, c’è una luce che don Matteo Ferrari invita a spegnere. Non quella delle candele sull’altare, ma quella degli schermi del computer e dei telefonini accesi nelle celle per un film o una navigazione sui social. «La cella è il luogo del silenzio e della preghiera» – ricorda il Priore Generale -«non può diventare una sala streaming o una finestra su Instagram».

Comunità di Camaldoli (©Comunità di Camaldoli)
Don Matteo Ferrari, priore di Camaldoli, spenge gli schermi
Don Matteo, 51 anni, monaco da quando ne aveva 27, guida dal novembre 2023 l’intero ordine camaldolese nel mondo. Biblista di poche parole, è convinto che il monachesimo debba tornare al cuore del Concilio. Anche quando la riflessione tocca un tema apparentemente lontano dalla tradizione eremitica ovvero, internet.
Non è una crociata contro la tecnologia, né la denuncia di eccessi conclamati. «So che nessuno esagera nell’eremo o nel monastero», precisa. Ma il rischio, avverte, è più sottile: «L’uso dei social e di internet può trasformare la pratica della cella in un mero formalismo». Per questo il richiamo alla sobrietà si fa più pressante soprattutto per i novizi e per chi si avvicina alla scelta monastica. Prima ancora che un divieto, è un invito a custodire l’essenziale.
La sua autorevolezza oltre i confini del monastero
Papa Francesco lo ha voluto come referente unico per la liturgia al Sinodo dei Vescovi. Il presidente Sergio Mattarella, invece, in occasione degli ottant’anni, ha accettato l’invito a sorvolare in elicottero e poi attraversare in auto la foresta di Camaldoli, quasi a rendere omaggio a quel presidio di spiritualità.
Ora la sfida è più silenziosa : spegnere le luci degli schermi per riaccendere quella dell’interiorità.
Il priore Ferrari osserva che, nel regno del silenzio, i social finiscono inevitabilmente per fare rumore. Spiega che la cella monastica non è il luogo adatto per guardare film in solitudine e che sarebbe molto più sano pensare a momenti condivisi, capaci di favorire una crescita comune. A suo giudizio, piattaforme come Netflix e altri servizi di streaming, così come social network quali Instagram e TikTok, , dovrebbero essere evitati senza esitazioni in quanto progettati per creare dipendenza.
Saper gestire internet con grande sapienza
Il priore precisa di non rilevare una tendenza diffusa o preoccupante all’uso frequente dei social tra i monaci. Sottolinea però la necessità di una riflessione: in un contesto come quello monastico, dove sono centrali il silenzio, l’ascolto e la qualità delle relazioni, l’utilizzo di internet deve essere gestito con grande sapienza.
Quanto alla sua comunità, spiega che molto dipende dalle singole persone. I giovani che entrano in monastero arrivano con una cultura digitale già strutturata; è soprattutto a loro che rivolge l’invito a maturare una gestione consapevole di strumenti potenti, dalla forza sorprendente e non sempre positiva.
Il Postulantato
Il priore spiega inoltre che il Postulantato, tempo dell’esercizio del senso critico, è una fase pensata per accompagnare un graduale adeguamento psicologico alla nuova vita. In questo percorso propone di educare a un uso consapevole di internet e dei social, aiutando a comprenderne rischi e potenzialità, ma anche a riscoprire il valore della cella e della solitudine. L’obiettivo è maturare una disciplina equilibrata e un autentico distacco.
Un reale distacco per i novizi
Per i novizi, l’indicazione si fa più netta: nel tempo del noviziato, afferma, occorre vivere un reale distacco, sospendendo l’uso dei social e di internet in cella, evitando la visione individuale di film o video e rinunciando ad abbonamenti a piattaforme come Netflix. Anche la comunicazione con familiari e amici tramite WhatsApp dovrebbe essere regolata, così come l’uso dello smartphone, da concordare con il maestro dei novizi.
Il suo rapporto con i social
Quanto al suo rapporto personale con i social, chiarisce di utilizzare Facebook come strumento informativo, per raccontare i viaggi nelle comunità e condividere riflessioni sulla Parola di Dio e le omelie.
Infine, precisa che l’accento posto sulla visione di film in cella non nasce dall’idea che in monastero si passi il tempo davanti agli schermi. La sua è una proposta in positivo, che intercetta un rischio diffuso anche nel mondo laico: quello che l’uso dei social finisca per trasformare la pratica della cella in un semplice formalismo.
(Fonte: Il Resto del Carlino, Lucia Bigozzi)