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Bologna e dintorni

Proteggere l’ombra, ascoltare il silenzio: la Certosa diventa teatro

L’esperienza immersiva “Nephesh” porta il pubblico fuori dalla consueta dimensione dello spettacolo e dentro un percorso fatto di memoria e riflessione.

Poco dopo le 19, a Bologna, mentre la luce del giorno comincia lentamente a cedere il passo all’imbrunire, la Certosa si trasforma in uno spazio quasi irreale. Un gruppo di spettatori cammina in silenzio tra i viali e le tombe, con le cuffie alle orecchie e il volto attraversato dalle luci blu e rosse dello spettacolo. Il pubblico procede raccolto, ciascuno immerso nei propri pensieri, accompagnato da una drammaturgia sonora che prova a mettere in dialogo la vita con il luogo che, per definizione, la interrompe. È questo il cuore di “Nephesh – Proteggere l’ombra”, cammino sonoro e immersivo curato da Alessandro Renda per Ravenna Teatro, in collaborazione con perAspera Festival, in programma questa sera per l’ultima replica, con ritrovo alle 19.15 all’ingresso principale della Certosa.

Quante parole servono per parlare della morte?

Il percorso attraversa diverse zone del cimitero e costruisce una riflessione tutt’altro che convenzionale sulla morte. Tra le tombe, la voce narrante domanda: «Quante sfumature ha il morire?». Seguono espressioni quotidiane, formule burocratiche, eufemismi e modi di dire: “Il cuore ha cessato di battere”, “L’abbiamo perso”, “Ha cessato di vivere”, “Non respira più”, “È andato”. Una lunga serie di parole che si interrompe davanti a una considerazione semplice e spiazzante: «Quante parole, ma nessuna che serva quando deve servire». Il cammino prosegue poi verso il Sacrario, l’Ossario e le diverse aree della Certosa, tra musiche, suoni reali e pensieri che cambiano insieme al paesaggio.

Un’esperienza tra memoria, gioco e domande senza risposta

La drammaturgia di Renda e Tahar Lamri accompagna gli spettatori anche davanti a interrogativi più difficili da eludere: «Tu per cosa sacrificheresti la tua vita?». Il pubblico attraversa tombe di epoche diverse, dagli anni Settanta agli anni Novanta fino al Duemila, mentre il suono diventa una guida invisibile. Anche il gioco dei dadi, associato al rischio e alla sorte, entra nel percorso. “Nephesh” non offre risposte definitive e non cerca di rendere la morte più semplice da comprendere. La sua forza sta proprio nel lasciare il pubblico dentro le domande, in quel confine fragile tra i vivi e i morti dove, per una sera, la Certosa diventa un luogo non soltanto da visitare, ma da ascoltare.

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