In un articolo per La Repubblica, Manuela Mimosa Ravasio affronta il delicato tema dell’educazione affettiva a scuola, oggi frenata dal ddl Valditara che la vieta nelle scuole dell’infanzia e primarie, mentre per quelle di primo e secondo grado richiede il consenso obbligatorio dei genitori, demandandola all’ambito familiare.
Tale scelta normativa collide però con una realtà sociale refratta rispetto alle linee del decreto e che si strappa sotto il peso della legge: i dati del CNR-Irpps rivelano, infatti, che l’adesione dei quattordicenni a un’idea di uomo dominante e donna subalterna è quasi raddoppiata rispetto al 2022, passando dal 37,9% al 62,3%, e che i social sono sempre più prevalenti come distorte fonti educative.
Il sondaggio in controtendenza al ddl
La ricerca “La Scuola degli affetti” smentisce la volontà dilagante di una faglia che scinda mura domestiche e aule, rivelando come siano i genitori stessi a desiderare un rapporto di continuità e contiguità con la scuola per stabilire un dialogo sano con i propri ragazzi.
Come spiega Linda Laura Sabbadini, «otto italiani su dieci vorrebbero trattare questi temi a scuola […] e il 68% […] chiede figure competenti come psicologi o pedagogisti», ammonendo che considerare il genitore “proprietario” dei figli priva la scuola del suo ruolo costituzionale di agente formativo indipendente.
Il rapporto tra genitori e figli andrebbe supportato dallo Stato anche contro la cultura del potere agita precocemente online: se le istituzioni abdicano, oggi i giovani restano isolati davanti alle derive della “manosfera” digitale denunciata da Elisa Ercoli, dove il controllo virtuale e la gelosia vengono tragicamente confusi dagli adolescenti con l’amore.
Il ruolo della scuola
Il paradosso è che le famiglie che negano la liberatoria vivono spesso in contesti di maggior fragilità, privando i figli dell’unica vera occasione di prevenzione.
A tal proposito, il docente e scrittore Enrico Galiano ricorda che l’istruzione serve proprio a scardinare una subcultura che spesso affonda le radici nell’ignoranza, offrendo ai ragazzi uno spazio d’ascolto neutrale.
A suo giudizio, è sufficiente far riflettere i ragazzi su un titolo di giornale o sul linguaggio quotidiano affinché si sentano ascoltati e facciano emergere vissuti già segnati da relazioni tossiche, dimostrando che una scuola strutturata serve proprio «a portare alla luce ciò che la famiglia spesso non è in grado di accogliere».
