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Cronache

Social e odio: aumentano i contenuti tossici, donne sempre più colpite

Odio digitale (©S.I.Ve.M.P.)
Odio digitale (©S.I.Ve.M.P.)

Sui social si moltiplicano sempre di più messaggi di disprezzo e allusioni. E le donne rappresentano il mirino preferito contro cui scagliare l’odio digitale. Le critiche e i messaggi di disprezzo spesso sono rivolti a sconosciute, figure pubbliche o colleghe.

Frasi taglienti, talvolta mascherate da giri di parole più sottili anche in concomitanza con casi di femminicidio o violenza. Ciò contribuisce ad alimentare un linguaggio di abuso che non solo colpisce, ma viene anche spesso interiorizzato e riprodotto. I social stanno diventando uno specchio distorto, ci fanno credere ad una vita distopica e non conforme alla realtà e ci catapultano, a causa di questo odio ingiustificato, in una trappola costituita da insicurezze, fragilità o mancanza di autostima.

A fotografare il fenomeno è la nuova mappa dell’intolleranza di Vox, l’Osservatorio italiano sui diritti,  associazione fondata da Silvia Brena e Marilisa D’Amico, realizzata in collaborazione con l’Università Statale di Milano e l’agenzia «The Fool».

Misoginia digitale rimane il bersaglio principale

La misoginia digitale si conferma al centro dell’intolleranza online. Oggi, però, l’ostilità verso le donne mostra tratti nuovi e più complessi: accantonati in parte gli stereotipi tradizionali, si rafforza una dimensione intersezionale dell’odio.

Le donne vengono infatti colpite con maggiore intensità quando appartengono a minoranze etniche o religiose, in particolare se straniere o ebree, segno di un linguaggio discriminatorio che si stratifica e si fa sempre più mirato.

Aumentano segnali di un linguaggio discriminatorio sempre più radicato

Cresce ancora l’ostilità nei confronti dei migranti e delle persone di fede islamica, in aumento rispetto alle precedenti rilevazioni. Un fenomeno che riflette un clima diffuso nella società italiana, dove la diversità culturale continua a essere percepita, in molti casi, come una minaccia. E’ stata avviata un’analisi linguistica che conferma questa tendenza. Tra le espressioni più ricorrenti emergono formule come clandestini delinquenti e insulti legati all’origine territoriale, segnali di un linguaggio discriminatorio sempre più radicato.

L’hate speech

L’anno scorso, nel 2025 sono stati analizzati oltre due milioni di post pubblicati su X: più della metà, oltre un milione, conteneva hate speech. Un flusso costante di contenuti tossici che avvelena il dibattito online, spesso amplificato da reti organizzate.

L’hate speech in Italia si distribuisce in modo disomogeneo sul territorio, con alcune aree che emergono per intensità e caratteristiche specifiche. Lombardia e Lazio guidano la classifica delle regioni con il più alto tasso di contenuti d’odio, mentre a livello urbano Milano e Roma condividono il primato negativo, entrambe ferme al 19,53%. Più distanti Napoli, al 6,33%, e Torino, al 4,54%.

Il fenomeno ha mostrato anche una chiara specializzazione geografica: a Milano prevalgono misoginia, xenofobia, islamofobia e abilismo, mentre Roma si distingue per un’incidenza maggiore di antisemitismo e omotransfobia.

Odio online: una componente strutturale del discorso digitale

La quantità complessiva dei messaggi d’odio resta stabile, confermando come «l’odio online sia una componente strutturale del discorso digitale italiano», si legge nel report presentato in anteprima. A cambiare è piuttosto la sua forma. «L’odio contro le donne è oggi più insidioso e pericoloso», spiegano da Vox. Se da un lato gli insulti espliciti risultano in calo, 414.400 in meno nell’ultimo anno, dall’altro il fenomeno appare più diffuso e normalizzato. Stereotipi misogini e sfumature linguistiche sempre più sottili si consolidano, rendendo il linguaggio discriminatorio più difficile da individuare.

Il 43% dei contenuti misogini proviene da account femminili

Il 43% dei contenuti misogini proviene da account femminili, contro il 20% registrato l’anno precedente. Una crescita significativa, che avvicina la quota a quella maschile, pari al 57%. Dinamica diversa invece per antisemitismo e xenofobia, ambiti in cui prevalgono nettamente gli uomini.

L’uso pubblico di termini offensivi come ritardata a mestruata, fino a espressioni ancora più pesanti, si diffonde anche tra le donne, insieme a stereotipi che le descrivono come insicure, isteriche o inadatte a determinati ruoli, soprattutto quando sono madri. «Si interiorizza uno sguardo esterno svalutante, spiegano gli studiosi, che viene poi riprodotto verso altre donne». Un meccanismo che, secondo le analisi, si lega anche alla crescente aggressività tra le più giovani, evidente in fenomeni come quello delle baby gang.

(Fonte: Repubblica, Tiziana De Giorgio)
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