Seguici su

Ciao, cosa stai cercando?

Bologna e dintorni

Educatori a Bologna: tra stipendi bassi e part-time involontario

L’indagine Ires-Cgil sulle retribuzioni nel settore socio-educativo bolognese: il report sul lavoro che svela la crisi salariale di educatori e operatori sociali

Educatore
Educatore (@depositphotos)

Un paradosso amaro soggiace a scuole, case di riposo e centri d’accoglienza di Bologna. È la storia di oltre 17mila persone che ogni giorno si prendono cura delle frange più sensibili della nostra comunità, la stessa che non riconosce un compenso dignitoso per questi servizi.

Sono gli educatori, gli operatori socio-educativi e dell’accoglienza: professionisti fondamentali che, stando ai dati Inps dello studio Ires-Cgil riportato da La Repubblica, condividono con il settore turistico il triste primato delle retribuzioni più basse della provincia.

L’emergenza stipendi per gli educatori a Bologna: i dati del report Ires-Cgil

Con una media di 16.255 euro lordi annui per stipendio, il settore dell’assistenza sociale non residenziale è il secondo più povero della provincia.

Oltre alla cifra in busta paga, è il cortocircuito economico alla base la vera anomalia: nell’ultimo decennio la richiesta di assistenza a Bologna è esplosa (+53%), eppure la qualità dei contratti è crollata.

Non si tratta solo di paghe orarie basse, ma di defaillance sistemiche: oltre la metà dei lavoratori (56%) è bloccata in un part-time involontario e le settimane pagate all’anno sono appena 45. Quando le scuole chiudono o i progetti si fermano, l’erogazione dello stipendio si interrompe.

Gianluca De Angelis, ricercatore dell’Ires, punta il dito sulla frammentazione del lavoro:

«Nei casi del socio-sanitario, le ragioni delle basse retribuzioni sono da ricercarsi soprattutto, oltre che nella bassa paga oraria, nella frammentazione del lavoro. Abbiamo un sistema contrattuale che prevede la banca ore e facilita il part-time involontario».

Secondo l’esperto, dunque, la colpa è di un modello che scarica l’insufficienza dei fondi pubblici sull’ultimo anello della catena.

«I sindacati, gli enti locali che fanno gli appalti e persino i datori di lavoro sono tutti concordi sul fatto che la responsabilità è dello Stato, che finanzia poco il welfare», spiega De Angelis, aggiungendo una riflessione che suona come un monito: «Se questi lavoratori fossero internalizzati, il problema non ci sarebbe».

Un sistema al bivio

In questo scenario si è creata una vera e propria gerarchia della sofferenza economica. Se un operatore sanitario (Oss) sfiora i 22mila euro lordi e chi lavora nelle case di riposo si ferma a 17.900, sono gli educatori a toccare il fondo della classifica.

È la prova di una miopia collettiva: se chi deve curare la nostra comunità è il primo a scivolare verso la povertà, quanto può reggere ancora questo equilibrio?

E tu cosa ne pensi?

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *