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Bologna e dintorni

Il saluto di Bologna a Francesco Guccini

Via Paolo Fabbri 43 e la Trattoria da Vito si riempiono di fiori e ricordi per l’addio a Francesco Guccini. Tra il pianto dei fan e le canzoni risuonate per strada, Bologna piange la scomparsa del suo Maestrone.

Francesco Guccini
Foto generata con AI (@Radiabo)

Un’eco malinconica attraversa l’asfalto rovente d’agosto, dove l’aria immobile della città sembra trattenere il fiato.

Bologna si è risvegliata d’improvviso più sola e ha dovuto accettare che il tempo ha preteso anche il suo cantautore più iconico, Francesco Guccini.

Bologna saluta il suo Maestrone

Nel reportage firmato da Emanuela Giampaoli per la Repubblica, via Paolo Fabbri 43 si trasforma nel santuario laico di una comunità incredula e smarrita.

A rompere il silenzio attonito del quartiere ci pensa Riccardo, un corriere che decide di fermare le consegne per far risuonare a tutto volume i brani del cantautore dal proprio furgone.

La processione è spontanea e trasversale: c’è chi si trattiene a stento per l’emozione, lasciando andare un ultimo sofferto messaggio: «Ciao Francesco con te va via la miglior parte della mia vita», e chi si precipita in motocicletta senza neppure sfilarsi il casco per incollare sul portone un semplice «Grazie per essere esistito».

A questo cordoglio si unisce la voce delle generazioni più giovani come quella di Vanni, ragazzo del ’95 originario delle zone di Pavana e capitato per una tremenda coincidenza a cena nella storica Trattoria da Vito proprio la sera prima della scomparsa:

«Francesco ci ha accompagnati per tutto l’arco della nostra vita, è come perdere una parte fortissima della nostra identità. Oggi siamo tutti più soli e naufraghi. Gli dedico Lettera, composta per l’amico Bonvi scomparso».

Nel locale che fu la seconda casa del Maestrone, il personale custodisce il ricordo di un uomo affabile che non si tirava mai indietro di fronte ai fan:

«Lo chiamavamo maestro – dice Luca – era un gran signore. Arrivava dopo i concerti stanco morto, la gente lo raggiungeva qui e lui non si sottraeva mai».

Una consistenza umana confermata anche da Alice Pagani, nipote di Vito, che rievoca le leggendarie serate trascorse tra carte e bicchieri insieme a Lucio Dalla: «Guccini, Dalla e gli altri passavano le notti a giocare a carte e a bere vino fino a quando non suonava la campana che annunciava la chiusura. […] Ora quel mondo è perduto».

«Di questo eterno mio incespicare»

In questa cornice di commozione resta l’atto poetico di Giulia, che deposita un mazzo di fiori con un biglietto d’addio che affida il ricordo dell’artista alle sue stesse parole immortali: «Ma io sono fiero del mio sognare / di questo eterno mio incespicare».

E tu cosa ne pensi?

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