Uscito il: 15 Settembre 1972
Etichetta: RCA
Numero di catalogo: LSP-4731
Durata: 37′ 14”
TRACCE
Lato A
Rocky Mountain High – 4:41 (John Denver, Mike Taylor, Dick Kniss)
Mother Nature’s Son – 2:26 (John Lennon, Paul McCartney)
Paradise – 2:20 (John Prine)
For Baby (For Bobby) – 2:58 (John Denver)
Darcy Farrow – 4:22 (Steve Gillette, Tom Campbell)
Prisoners (Hard Life/Hard Times) – 3:38 (John Denver)
Durata totale: 20:25
Lato B
Goodbye Again – 3:36 (John Denver, Mike Taylor, Dick Kniss)
Season Suite – 13:13 (John Denver, Mike Taylor, Dick Kniss)
a) Summer 2:54
b) Fall 1:42
c) Winter 1:37
d) Late Winter, Early Spring (When Everybody Goes to Mexico) 3:57
e) Spring 3:03
New York, Agosto 1972
La calura estiva della Grande Mela non è proprio il clima ideale per registrare un album che canta di montagne del Colorado e di natura selvaggia ma alla RCA sono decisi a dare una nuova dimensione al loro artista e a renderlo più fruibile dal grande pubblico.
Lui è John Denver – al secolo Henry John Deutschendorf – 28 anni e già sei album alle spalle, tutti di successo, ma è ancora considerato “troppo country” da pubblico e critica per essere uno da Top Ten.
L’etichetta non bada a spese e assolda una line-up di tutto rispetto in cui però inserisce il giovane turnista emergente Mike Taylor.
Gli altri sono tutti musicisti navigati: Dick Kniss al contrabbasso, Frank Owens al piano, Paul Prestopino al dobro e al mandolino, Eric Weissberg al banjo e alla steel guitar, e Gary Chester alla batteria.
Viene anche ingaggiato il coro di una scolaresca, la Whitby School di Greenwich, Connecticut, che si occuperà dei cori su uno dei brani di punta.
Denver è un artista country, che parla il linguaggio tipico del genere, di famiglia, amore, grandi strade interminabili e struggenti addii: ci vuole una piccola magia per farlo decollare.
Si parte con la title-track, scritta insieme ai collaboratori Taylor e Kniss, che narra di un uomo ventisettenne che decide di rinascere trasferendosi in una città di montagna del Colorado, ritrovando sé stesso e il senso della vita.
Si prosegue con Mother Nature’s Son, una cover dei Beatles contenuta nel White Album del 1968 e perfettamente in tema con l’album.
Poi è la volta di Paradise, anch’essa una cover dell’amico John Prine, una ballata ecologista che parla della devastazione ambientale portata delle miniere a cielo aperto abbandonate nel Kentucky.
For Baby, forse dedicata a Bobbie Wargo, un amore giovanile, ed è qui che viene impiegato il coro della scolaresca citata sopra, ammicca più al pop e sarà coverizzata da diversi artisti negli anni a venire.
La successiva Darcy Farrow ha una genesi curiosa. Inizialmente scritta dal cantautore Steve Gillette raccontava di un incidente alla sorellina Darcy, scalciata da un puledro mentre lo riportava nella stalla, ma a quella melodia l’amico e collega Tom Campbell aveva cambiato le parole per raccontare una storia di amanti finita in tragedia ed ambientata nel Nevada.
Prisoners, che chiude la prima facciata, è la svolta del disco: descrive la vita vuota e solitaria di una ragazza-madre, commessa di un negozio, che “passa la serata con i personaggi dei romanzi rosa”.
L’arrangiamento, pur realizzato con gli strumenti tipici del country, include una chitarra elettrica e i ritmi serrati del rock, oltre ad un contrappunto vocale nella parte conclusiva, tant’è che il brano sarà lanciato come singolo riscuotendo un ottimo successo di critica e pubblico.
William Ruhlmann, su AllMusic, scriverà: “sebbene Denver non riesca ancora a capire come riempire un intero album senza fare cover, lui e i suoi musicisti di supporto, il bassista Dick Kniss e il chitarrista Mike Taylor, si stanno evolvendo in un esuberante suono folk-country che si rivelerà enormemente attraente in tempi futuri”.
La seconda facciata si apre con Goodbye Again, anch’esso singolo, che ha preceduto l’uscita dell’album in Luglio: la canzone diventerà popolarissima e da quel momento sarà un caposaldo imprescindibile in ogni suo concerto.
Il disco termina con una “Suite Delle Stagioni” articolata in cinque momenti diversi: estate, autunno, inverno, tardo inverno/inizio primavera (quando tutti vanno in Messico) e primavera.
Il tema è sempre lo stesso ma nei vari momenti si passa con facilità disarmante dal folk al country, al jazz e si chiude in un ottimistico crescendo.
Quando il produttore Milton Okun riascolta il lavoro scuote la testa: per lui è ancora un disco “troppo country” ma ormai è fatta e si deve andare in stampa.
Il discografico però è passato un po’ troppo frettolosamente su alcuni episodi di quel nastro e Rocky Mountain High scalerà le classifiche ovunque, arrivando al quarto posto negli USA, all’undicesimo in UK, addirittura al primo in Canada e ottenendo piazzamenti di tutto rispetto in Europa, regalando all’artista per la prima volta fama internazionale.
