TRACCE (testi e musiche di Kate Bush)
Lato A
Babooshka – 3:28
Delius (Song of Summer) – 2:51
Blow Away (For Bill) – 3:33
All We Ever Look For – 3:42
Egypt – 4:10
Lato B
The Wedding List – 4:15
Violin – 3:15
The Infant Kiss – 2:50
Night Scented Stock – 0:51
Army Dreamers – 2:55
Breathing – 5:29
Londra, Abbey Road Studios, Settembre 1979.
Quella ragazzina è maturata.
La ragazzina scoperta a 16 anni da Davidi Gilmour, che ha co-prodotto il suo primo album, è diventata un’artista a tutto tondo.
Solo che il mondo non lo sa ancora e in lei cresce l’impulso di mandare il suo messaggio.
È con questo fermo proposito che Kate entra in studio agli Abbey Road, seguita da 21 turnisti ed una piccola orchestra.
Oltre ai tradizionali strumenti ognuno di essi porta qualcosa di antico, etnico, esotico: quel vinile dovrà andare “oltre”, da quel vinile dovrà uscire qualcosa di mai sentito prima.
Lei ha da poco scoperto il Fairlight CMI, un nuovo potente campionatore che molti usano per apparire più moderni.
Lei no.
In controtendenza, come sempre, con quello strumento cattura sensazioni, rumori che passano inascoltati ai più ed addirittura fragranze.
Sarà lei stessa a produrre il disco e i presupposti per un lavoro fuori dal comune ci sono tutti.
L’apertura con Babooshka è ingannevole: sembra una canzone pop immediata, costruita su un basso incisivo e un ritornello memorabile, ma racconta una storia di paranoia e gelosia con toni quasi teatrali. Racconta di una donna che mette alla prova il marito, scrivendogli lettere sotto falso nome, e finisce per scoprire una verità scomoda.
Delius (Song of Summer) è fortemente atmosferica, quasi un interludio che omaggia il compositore Frederick Delius. Qui il tono si fa sognante e malinconico, evocando l’idea della memoria e della creatività che svaniscono, più che raccontare una storia vera e propria.
Con Blow Away (For Bill) il disco entra in una dimensione più personale: è un tributo al tecnico delle luci Bill Duffield – e certamente anche ad altre figure artistiche scomparse, espressamente citate nel testo – morto durante un tour. Il brano ha un andamento inizialmente sereno ma attraversato da un senso di perdita, con un crescendo emotivo e musicale che trasforma il lutto in una sorta di liberazione spirituale.
All We Ever Look For riporta l’energia verso territori più ritmati, con una tensione quasi nervosa. Il tema è quello della paura e dell’insicurezza, espresso attraverso un canto che alterna dolcezza e urgenza, riflettendo un senso di inquietudine diffusa.
The Wedding List è uno dei momenti più narrativi e cinematografici del disco, ispirato anche a suggestioni da film come La sposa in nero. Racconta una vendetta sanguinosa dopo un omicidio durante un matrimonio, e lo fa con ritmo incalzante, trasformando la storia in una corsa tragica.
Violin è probabilmente il brano più aggressivo dell’album. Qui Kate spinge la voce verso territori quasi isterici, accompagnata da un suono ruvido e dissonante. Il pezzo parla di ossessione artistica e perdita di controllo, incarnando una tensione che anticipa certe derive più sperimentali della sua produzione futura. Il duello tra la chitarra di Alan Murphy e il violino di Kevin Burke è uno dei momenti più godibili dell’intera registrazione.
The Infant Kiss entra in un territorio controverso e disturbante. Ispirata al film The Innocents, affronta il tema della possessione e di un amore ambiguo e inquietante. L’atmosfera è sospesa, quasi ipnotica, e mette a disagio proprio perché non offre risposte chiare.
Night Scented Stock è un breve interludio, etereo e minimale, che funziona come pausa sensoriale. Evoca immagini olfattive e notturne, mostrando quanto l’artista sia interessata a stimolare percezioni diverse dalla semplice narrazione.
Army Dreamers torna a una forma più accessibile, ma il contenuto è profondamente amaro: racconta la morte di un giovane soldato e il dolore della madre. Il contrasto tra la melodia quasi infantile e il tema tragico crea uno degli effetti più potenti del disco, una critica sottile ma incisiva alla guerra.
Breathing chiude l’album in modo sorprendente. È un brano intenso, quasi apocalittico, che immagina un feto nel grembo materno durante una catastrofe nucleare. Il contesto della Guerra Fredda è fondamentale qui: il brano cattura l’ansia collettiva del periodo e la traduce in qualcosa di intimo e corporeo. Musicalmente è ricco e stratificato, con un crescendo che lascia un senso di sospensione e inquietudine.
Nel complesso, Never For Ever è il disco in cui Kate Bush smette definitivamente di essere vista solo come una cantautrice eccentrica e diventa un’artista totale. Ogni brano esplora un’idea diversa, spesso oscura o ambigua, ma sempre con una cura maniacale per arrangiamenti e narrazione.
Rappresenta un punto di svolta nella carriera di Kate Bush. Arriva dopo il successo di dischi già molto personali, ma qui compie un salto netto: è il suo primo album a raggiungere il numero uno nel Regno Unito e soprattutto segna il momento in cui prende il controllo quasi totale della produzione. Il contesto è quello di una scena musicale in fermento, tra post-punk e new wave, e lei si inserisce in modo unico, mescolando pop, sperimentazione e influenze letterarie e cinematografiche.
Se i lavori precedenti sono stati talvolta liquidati come “eccentrici” o “troppo bizzarri”, questo disco impone una rivalutazione: la sua complessità tematica e la maggiore autonomia produttiva vengono percepite come segnali di maturità.
La stampa britannica è tra le prime a sottolineare questo salto. NME evidenzierà come l’album riesca a coniugare accessibilità e sperimentazione, parlando di un equilibrio raro tra pop e ambizione artistica. Anche Melody Maker noterà il modo in cui Kate Bush amplia il proprio linguaggio sonoro, integrando elementi della new wave senza perdere la sua identità. In queste recensioni emergerà spesso l’idea che Never for Ever sia il suo lavoro più coerente fino a quel momento, pur restando volutamente irregolare nei toni e nei temi.
Dall’altra parte dell’Atlantico, la ricezione sarà più cauta ma comunque rispettosa. Rolling Stone riconoscerà l’originalità del disco, pur trovandolo a tratti eccessivamente teatrale o enigmatico. Questa ambivalenza rifletterà una difficoltà, soprattutto nella critica statunitense dell’epoca, nel collocare l’artista all’interno di uno o più generi specifici: troppo sofisticata per il pop tradizionale, ma anche troppo melodica per essere assimilata pienamente all’avanguardia.
Col passare degli anni, la reputazione dell’album crescerà ancora in modo significativo. Pubblicazioni come AllMusic sottolineeranno retrospettivamente come rappresenti un punto di svolta, assegnandogli valutazioni molto alte e descrivendolo come un ponte tra la fase iniziale della carriera e le opere più sperimentali successive. Anche Pitchfork metterà in evidenza la sua influenza e la capacità di anticipare sonorità degli anni ’80, rivalutando brani che inizialmente erano stati considerati minori.
Quello che inizialmente poteva sembrare un insieme di idee disparate è oggi visto come una dichiarazione artistica estremamente consapevole, capace di ridefinire i confini del pop colto di quegli anni.
