Negli ultimi dieci anni l’Italia, così come l’Emilia-Romagna e la stessa Bologna, è stata colpita da una desertificazione commerciale che ha portato alla chiusura di migliaia di negozi. In un approfondimento di Ludovica Brognoli apparso sul numero odierno del Corriere di Bologna si legge che ben 8.019 attività commerciali di vicinato hanno abbassato la saracinesca in tutta la nostra regione dal 2015 al 2025.
Non solo Emilia-Romagna: le attività chiudono anche a Bologna, con quasi 1.500 negozi persi dal 2015 a oggi. Qui, però, le vetrine si alternano con maggiore rapidità
Sono questi i dati preoccupanti che emergono da un recente report di Nomisma, agenzia bolognese di ricerca e consulenza per il business. Secondo l’Osservatorio “Reciprocità e commercio locali”, nel capoluogo emiliano hanno chiuso 1.482 negozi dal 2015 a oggi. In altre parole, c’è stata una diminuzione dell’8,3%. Un dato leggermente migliore rispetto al -9,5% che si è registrato in Emilia-Romagna, a sua volta più alto della media nazionale (che invece fa registrare un calo del 6,7%).
Ieri Nomisma ha presentato tali numeri durante una riunione presso la sede della società, in Strada Maggiore. «Bologna soffre meno dal punto di vista numerico perché le vetrine vengono sostituite con rapidità. Si chiude e si apre. Bisogna però interrogarsi sulla qualità del servizio e sulle categorie merceologiche proposte» spiega Francesco Capobianco, head of public policy di Nomisma.
A soffrire di più, prosegue Capobianco, sono i centri di dimensioni intermedie. Nel caso dell’Emilia-Romagna, ad esempio, le due città che hanno fatto registrare i numeri peggiori sono Ferrara (-15,8%) e Ravenna (-13,1%). Il dato migliore, al contrario, è quello di Rimini (che si è fermata a -5,9%).

Il centro di Bologna (©Comune di Bologna)
La ristorazione trascina il tasso d’occupazione, male l’industria tessile e il divertimento
Nonostante la desertificazione commerciale (uno dei tanti aspetti della crisi economica che stiamo vivendo in questo periodo), bisogna sottolineare come l’occupazione sia salita del 16,6%. A trascinare tale crescita è la ristorazione, seguita dalla cura della persona e dagli articoli per l’edilizia.
L’industria tessile e dell’abbigliamento, così come la cultura e lo svago, se la cavano molto peggio, mentre il settore immobiliare sta attraversando un periodo di instabilità. C’è poi un notevole divario tra grandi e piccole imprese: le prime sono più stabili, le seconde devono affrontare grosse pressioni commerciali.
