Il bambino interiore e il suo viaggio nella musica: High Hopes dei Pink Floyd
Ogni nota della musica di High Hopes dei Pink Floyd sembra aprire uno spazio dentro di noi, un luogo fatto di immagini remote: campi aperti, strade percorse da ragazzi che credevano che il tempo fosse infinito. È un viaggio nella memoria, nei sogni della giovinezza, nelle scelte fatte… e in quelle rimaste sospese. Ci fa tornare a quando avevamo tutta la vita davanti e parlare di tutto questo come una nostalgia è riduttivo. High Hopes è un dialogo interiore in continuità.
Il ritorno a sé a tempo di musica
La musica di High Hopes ci accompagna in un viaggio nel tempo per riportarci a noi stessi. In questo senso possiamo citare Jung e il suo concetto di seconda metà della vita, come quel momento della vita in cui avviene un movimento inverso. Se da giovani siamo proiettati verso il mondo, abbiamo tutto da costruire, da progettare, da realizzare… con il tempo emerge un’altra esigenza: tornare verso noi stessi, per dare un senso a tutto ciò che siamo stati. In questa prospettiva, la malinconia evocata dalla canzone è consapevolezza. È il segnale che qualcosa dentro di noi chiede di essere ascoltato.
Curiamo il bambino interiore
Immagini di infanzia, richiami a un tempo in cui tutto sembrava possibile: High Hopes sembra aprire un canale che in psicologia moderna chiameremo il bambino interiore. Secondo Donald Winnicot crescendo costruiamo un “falso sé” per rispondere alle aspettative, per essere accettati e per funzionare nel mondo. A lungo andare però, cosi facendo, ci allontaniamo dal vero sé e perdiamo il bambino che eravamo… smettiamo di ascoltarlo.
Allora, forse, possiamo ancora rivolgerci a quel bambino interiore e dirgli:
«Non smettere di sognare. Non importa quanto tempo sia passato… la tua speranza è ancora viva. Quei sogni, quei desideri… sono benzina per quel fuoco che arde ancora.»

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