Quest’estate raccontavamo come migliaia di persone fossero in lista d’attesa per poter usufruire delle case popolari in tutta l’Emilia-Romagna (Bologna compresa). Ora, come riporta Nicholas Masetti sull’edizione odierna del quotidiano Il Resto del Carlino, le regole stanno cambiando.
Italiani e stranieri trattati nello stesso modo e addio alla residenzialità storica: sono queste le principali novità della nuova regolamentazione delle case popolari in Emilia-Romagna
Innanzitutto la Corte Costituzionale va a modificare l’attuale legge regionale, dando maggiore autonomia ai singoli Comuni. I sindaci, di conseguenza, avranno più potere decisionale riguardo l’assegnazione degli alloggi, che potranno essere distribuiti in base a un punteggio di anzianità di residenza. Il secondo punto riguarda l’uguaglianza di trattamento tra cittadini italiani e stranieri. La proposta, accettata dalla Commissione Territorio e Ambiente della Regione, è passata tra le polemiche di Lega e Fratelli d’Italia. «È un abbandono per i Comuni, i sindaci sono stati lasciati da soli» commenta il consigliere regionale della Lega Tommaso Fiazza. «Negli alloggi pubblici c’è il 24% di stranieri, troppi rispetto agli italiani» aggiunge Priamo Bocchi di FdI.
C’è poi un altro aspetto da considerare, ovvero quello dell’assegnazione delle case popolari in base a criteri legati all’attività lavorativa. In precedenza la norma stabiliva che l’accesso all’alloggio dovesse essere subordinato alla presenza di un contratto di lavoro. Ora quella regola viene ritenuta discriminatoria, perché in contrasto con la direttiva europea che garantisce parità di trattamento anche a coloro che involontariamente hanno perso il lavoro.
I cittadini extraeuropei regolari, inoltre, potranno ottenere un permesso di soggiorno almeno biennale. In questo senso, dunque, la Regione va a eliminare il favoreggiamento dei nuclei familiari stanziati sul territorio da un maggior numero di tempo. Secondo la Consulta, infatti, tali favoritismi andavano a beneficio di una parte di individui e a discapito di un’altra fetta di popolazione in medesima difficoltà economica. «C’è un problema di equità che poteva essere risolto con la residenzialità storica. La Regione lascia da soli i Comuni su questo tema molto importante» ribadiscono Bocchi e Fiazza.
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