A livello economico l’Italia resta disomogenea, con grandi differenze tra fasce di popolazione: a raccontarlo è Valentina Conte sul numero odierno del quotidiano Repubblica, che riprende il Rapporto Bes 2026 dell’Istat (ovvero il Rapporto sul benessere equo e sostenibile). La ricerca evidenzia come 54 indicatori siano migliorati, 23 siano in peggioramento e 55 siano rimasti stabili.
I numeri del rapporto Bes 2026 dell’Istat: gli indicatori in miglioramento, come l’occupazione e il reddito, non cancellano gli indici in peggioramento, riguardanti soprattutto i giovani e le donne
Tra gli indici in miglioramento ci sono la longevità (salita a 83,7 anni), il reddito pro capite (che in trent’anni è aumentato del 2,8%) e il numero degli occupati, seppure con grosse disuguaglianze tra i sessi, le generazioni e persino le regioni geografiche. Tra le persone che hanno dai 20 ai 64 anni il tasso d’occupazione raggiunge il 67,6%, ma aumenta la precarietà (con meno persone che transitano da un lavoro instabile a uno stabile). Nel Sud Italia, inoltre, lavorano solo quattro donne su dieci. Il 12,8% delle donne (tre volte gli uomini) svolge inoltre un part-time involontario.
Neanche per i laureati tra i 25 e i 34 anni la situazione appare rosea: uno su quattro viene pagato in modo insufficiente. Prosegue dunque a fuga di cervelli verso l’estero o dal Sud verso il Nord. Per quanto riguarda le scuole e l’istruzione, le cose non vanno meglio. I Neet (coloro che non studiano, non lavorano e non si formano) calano dal 23,7% registrato nel 2020 al 13,3% e diminuiscono anche gli abbandoni scolastici (attualmente all’8,2%, ovvero sotto l’obiettivo europeo per il 2030). Tuttavia, le prestazioni degli studenti sembrano peggiorare, con voti e competenze in calo. Tutti motivi per cui nelle scorse settimane i giovani, sempre più preoccupati per un futuro colmo di incertezze, sono scesi in piazza a manifestare.
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