Il silenzio che resta dopo una perdita è difficile da raccontare. Per la famiglia Di Menna quel silenzio è arrivato due volte, lasciando dietro di sé un dolore profondo, quasi impossibile da nominare. Oggi Maia avrebbe compiuto 18 anni. Invece il tempo per lei si è fermato nel 2020, quando un tumore raro l’ha portata via a soli dodici anni. Dodici anni appena, con davanti una vita intera ancora da scoprire, da sbagliare, da vivere. E come se non bastasse, tre anni dopo la tragedia ha colpito di nuovo. In Marocco, un incidente automobilistico ha spezzato anche la vita di Micol, la sorella maggiore, che aveva soltanto 22 anni.
Adesso sono in tre: Mia, la sorella di mezzo che oggi ha 23 anni, il padre Massimo Di Menna e la madre Margherita Lanteri Cravet. Tre persone unite da un vuoto enorme, ma anche dal tentativo quotidiano di trasformare quel dolore in qualcosa che continui a generare vita.
Tasformare il dolore
Ognuno lo ha fatto a modo suo.
Massimo ha dato forma alla solidarietà fondando a San Lazzaro il Campus dei Campioni, un grande spazio dedicato alle persone più fragili.
Mia ha scelto di studiare Medicina, forse anche per restare, in qualche modo, dalla parte di chi cura e di chi non smette di lottare.
«Dopo torno»: la scrittura per non lasciar andare le figlie
E poi c’è Margherita. Ha 56 anni e ha trovato un’altra strada per non lasciare andare le sue figlie: la scrittura.
Nel libro che è uscito ieri, 13 marzo, per Pendragon e che sarà presentato il 25 marzo in Salaborsa, Margherita ha fatto qualcosa di straordinario e toccante, dotata di una forza commovente.
Il titolo non è casuale: “Dopo torno”. Era la frase che Maia le diceva ogni volta che partiva. Quando andava in vacanza con il nonno o con gli scout, e la mamma le confessava che le sarebbe mancata, lei sorrideva e rispondeva sempre allo stesso modo:
«Mamma, dopo torno». E in questo libro, in un certo senso, torna davvero.
Margherita ha trasformato la sua famiglia in personaggi: Maia diventa Dora, Micol diventa Ava, Mia diventa Milla. Lei è Iris, mentre il marito Massimo prende il nome di Brando.
Tra le pagine, di nuovo tutti insieme: foreste di carta
Così, tra le pagine, sono di nuovo tutti insieme. Tutti e cinque.
Nel libro Maia e Micol tornano a vivere tra le pagine. Margherita Lanteri Cravet racconta che sentiva il bisogno di fissare i ricordi della loro vita insieme, perché temeva che con il tempo potessero svanire. Voleva che restassero, soprattutto per la figlia Mia e per il marito Massimo.
Per questo si era imposta di scrivere. Dice di aver consumato foreste di carta, perché trasformare tutto quel dolore in una storia era stato estremamente faticoso. Eppure, mentre andava avanti con la scrittura, aveva la sensazione che Maia e Micol riprendessero vita, tornando a far parte della sua quotidianità e del suo presente.
Racconta che spesso immaginava di conversare con loro, provando a ricostruire cosa si sarebbero dette tra sorelle. Ha ricreato dialoghi che sa di non poter più ascoltare nella realtà, ma che nella scrittura diventavano possibili. In questo modo, ogni giorno le sembrava di averle di nuovo accanto. Scriveva soprattutto di notte, quando il silenzio le permetteva di lasciare spazio ai ricordi.
Nel romanzo, che ha in copertina una fotografia scattata proprio da Micol, le due figlie tornano sulla Terra un anno dopo la morte della sorella maggiore. Micol, che nel libro si chiama Ava, desidera rivedere la sua città, gli amici e capire cosa stia succedendo a Bologna. Maia, invece, che nella storia diventa Dora, inizialmente non vuole tornare: teme che sarebbe troppo doloroso, perché sa che tutte le esperienze vissute dalla sorella maggiore lei non potrà mai viverle.
Durante questo ritorno scoprono che la sorella rimasta, Mia, chiamata Milla nel libro, è andata a vivere da sola. Tornano anche a casa dei genitori e lì si rendono conto che la madre non ha mai smesso di parlare con loro.
Tre punti di vista diversi
Il racconto si sviluppa attraverso tre punti di vista diversi, una scelta narrativa che l’autrice stessa definisce un po’ spiazzante.
Nonostante il tema profondamente doloroso, Margherita spiega di essersi impegnata molto per rendere la storia leggera. Lo considera quasi una reazione alla tragedia e al peso della sofferenza, perché altrimenti il libro sarebbe diventato insostenibile. Racconta che, nei dialoghi, le due figlie arrivano persino a prenderla in giro, restituendo quelle dinamiche familiari, tra genitori e figli, che si ritrovano in tante case. Anche per questo, tra le pagine, ci sono momenti ironici e divertenti.
Quando il manoscritto è stato terminato, Margherita lo ha fatto leggere per prima alla figlia Mia. Confessa che temeva una reazione negativa all’idea di pubblicarlo. Invece Mia l’ha sorpresa chiedendole perché non volesse farlo uscire. È stato in quel momento che la madre ha capito di aver trovato la strada giusta.
Maia e Micol potranno continuare a vivere
Margherita rivela che, grazie a questo libro, Maia e Micol potranno continuare a vivere. Non potrà mai sapere se le figlie si riconoscerebbero davvero nei ritratti che ha scritto di loro, ma immagina che possano abitare tante case e parlare a molte persone. Le piace pensare che possano viaggiare il più possibile dentro le vite di chi leggerà la loro storia
(Fonte: Corriere di Bologna, Daniela Corneo)
