Uscito il/nel: 23 Settembre 1977
Etichetta: WB Reprise
Numero di catalogo: BSK 3079
Durata: 38′ 21″
TRACCE:
Lato A
Short People – 2:54
You Can’t Fool The Fat Man – 2:44
Little Criminals – 3:04
Texas Girl At The Funeral Of Her Father – 2:40
Jolly Coppers On Parade – 3:46
In Germany Before The War – 3:39
Lato B
Sigmund Freud’s Impersonation Of Albert Einstein In America – 3:02
Baltimore – 4:02
I’ll Be Home – 2:47
Rider In The Rain – 3:54
Kathleen (Catholicism Made Easier) – 3:35
Old Man On The Farm – 2:14
North Hollywood, California, Luglio 1977.
Randy Newman è al suo quinto lavoro in studio e sente che questa volta sarà diverso.
Il materiale scritto è davvero infuocato, un affresco satirico dell’America, pieno di personaggi ambigui, fragili o moralmente discutibili, raccontati con una miscela di humor nero e sensibilità musicale sofisticata.
Con lui, una line-up da favola: gli Eagles – appena reduci dallo strepitoso successo di Hotel California – con Tim Schmit e Joe Walsh e turnisti di fama mondiale come Ry Cooder, Waddy Wachtel e Jim Keltner, oltre ai produttori Lenny Waronker e Russ Titelman, che lo seguono dagli esordi.
Si apre con Short People, probabilmente il brano più noto e controverso dell’album. Musicalmente è vivace, costruito su un arrangiamento pop brillante e quasi giocoso, ma il testo è volutamente provocatorio: Newman usa l’assurdità di un odio immotivato verso le persone basse per mettere alla berlina ogni forma di pregiudizio. Il contrasto tra la melodia allegra e il contenuto caustico è tipico del suo stile, e qui funziona perfettamente, anche se in molti casi sarà frainteso. Segue You Can’t Fool the Fat Man, ad iniziare la galleria di personaggi con una figura scaltra e disincantata. Qui emerge il tema della sopravvivenza in un mondo pieno di inganni: il protagonista non ha una vera morale, ma semplicemente è abbastanza lucido da non farsi fregare.
Arriva quindi la title track, Little Criminals, ed è una sorta di sintesi tematica: piccoli criminali non sono solo i delinquenti, ma tutti noi, con le nostre contraddizioni e ipocrisie quotidiane.
Non si tratta quindi solo di criminalità in senso letterale, ma di una condizione morale diffusa, quotidiana, quasi normalizzata, lasciando emergere un senso di disillusione generale. I “piccoli criminali” possono essere persone qualunque, colpevoli di compromessi, egoismi e mancanze etiche che fanno parte della vita sociale.
Texas Girl at the Funeral of Her Father è uno dei brani più sibillini del disco. A un primo ascolto può sembrare una semplice scena familiare raccontata con distacco, ma in realtà è un piccolo racconto psicologico carico di tensioni.
La canzone è costruita come un monologo: una giovane donna texana parla durante il funerale del padre, ma ciò che emerge non è il dolore tradizionale o la commemorazione affettuosa. Il tono è freddo, quasi meccanico, e questo è il primo elemento che destabilizza. Newman non sottolinea mai esplicitamente il dramma, lo lascia filtrare attraverso ciò che la protagonista dice e, soprattutto, ciò che evita di dire.
Il testo suggerisce un rapporto familiare problematico, forse segnato da distanza emotiva o addirittura da abusi, anche se nulla viene mai dichiarato apertamente. La ragazza sembra più preoccupata delle convenzioni sociali e dell’apparenza che del lutto in sé.
In Jolly Coppers On Parade il bersaglio è evidente: l’autorità, in particolare quella della polizia, e il modo in cui viene rappresentata e percepita.
L’arrangiamento richiama una marcetta quasi infantile, allegra, con un tono da parata cittadina o da spettacolo per famiglie. È volutamente semplice e orecchiabile, quasi caricaturale in contrasto col testo, che introduce elementi molto più inquietanti.
Il narratore che sembra celebrare questi “allegri poliziotti”, descrivendoli con entusiasmo e orgoglio. Tuttavia, man mano che il brano procede, emergono dettagli che incrinano questa immagine positiva: l’uso della forza, l’intimidazione, un certo compiacimento nel controllo.
Come spesso accade nelle canzoni di Newman, non è detto che la voce che canta rappresenti il suo punto di vista. Anzi, è spesso il contrario: il narratore può essere ingenuo, complice o addirittura disturbante e l’ascoltatore è chiamato a leggere tra le righe per coglierne il vero significato.
In Germany Before the War chiude il lato A ed è ambientata nella Germania degli anni ’30, poco prima dell’ascesa del nazismo. Newman si ispira liberamente alla figura reale di Peter Kürten, noto come il “vampiro di Düsseldorf”, ma evita qualsiasi approccio documentaristico. Piuttosto, costruisce un racconto che si muove tra realtà e suggestione, concentrandosi su una serie di omicidi che gettano un’ombra cupa su una società apparentemente ordinata.
Non c’è enfasi drammatica esplicita, ma un senso di inevitabilità che cresce lentamente, come se qualcosa di terribile fosse già in atto e nessuno riuscisse davvero a fermarlo o comprenderlo.
Il titolo stesso è fondamentale: “before the war” suggerisce che questi eventi precedono qualcosa di ancora più devastante. In questo modo, la canzone assume una dimensione simbolica: i crimini del singolo individuo diventano quasi un presagio del male collettivo che di lì a poco travolgerà l’Europa.
Sigmund Freud’s Impersonation Of Albert Einstein In America apre la seconda facciata.
Già dal titolo, volutamente assurdo, si capisce che siamo in pieno territorio surreale, quasi da sketch comico.
I due riferimenti principali, Sigmund Freud e Albert Einstein, non vengono trattati in modo storico o biografico ma usati come simboli culturali immediatamente riconoscibili: Freud rappresenta la psicoanalisi, l’introspezione, il lato nascosto della mente; Einstein invece incarna il genio scientifico, la celebrità intellettuale quasi mitizzata. Mettere uno nei panni dell’altro crea già di per sé una situazione paradossale.
Il brano immagina dunque una sorta di travestimento identitario, ma il vero bersaglio sembra essere l’America e il suo rapporto con la cultura e la fama. Forse non importa davvero chi sia chi: ciò che conta è l’immagine, il ruolo, la percezione pubblica, una riflessione ironica su come la società americana consumi e semplifichi figure complesse, riducendole a icone facilmente riconoscibili.
Baltimore è uno dei brani più toccanti dell’album. A differenza delle altre canzoni più ironiche o filtrate da personaggi ambigui, qui il tono è più empatico e meno distorto.
Un ritratto urbano che non ha nulla di celebrativo. al contrario, descrive un ambiente segnato da povertà, violenza e disillusione. Fin dalle prime immagini emerge un senso di stanchezza collettiva: la città appare logorata, quasi immobile, come se le difficoltà fossero diventate una condizione permanente: il caldo, la sporcizia, il pericolo, la prostituzione, non c’è speranza di cambiamento ma solo una realtà che sembra senza via d’uscita.
Costruita su un arrangiamento essenziale ma molto curato, col pianoforte a guidare la struttura armonica, accompagnato da interventi discreti che aggiungono colore senza appesantire. La melodia è dolce e quasi malinconica, in contrasto con la durezza delle immagini descritte ed amplificandone l’impatto emotivo.
Nel tempo, la canzone sarà reinterpretata da diversi artisti, tra cui Nina Simone, la cui versione accentua ulteriormente il lato doloroso e politico a dimostrazione di quanto il pezzo sia aperto e universale: pur essendo legato a un luogo specifico, riesce a parlare di molte altre realtà simili.
I’ll Be Home è uno dei brani più brevi e apparentemente semplici dell’intero lavoro. Sembra quasi una ninna nanna o una promessa rassicurante: il titolo stesso suggerisce un ritorno, una presenza futura che dovrebbe portare conforto. Il testo è ridotto all’osso, con poche frasi ripetute, e non offre contesto né dettagli. Non è dato sapere chi parli, a chi si rivolga, né in quale situazione si trovi. Questo vuoto narrativo è fondamentale, perché costringe l’ascoltatore a riempire gli spazi con le proprie interpretazioni.
Rider in the Rain è una sorta di ballata country, con un’andatura lenta e un’atmosfera quasi cinematografica. L’immagine centrale — un cavaliere sotto la pioggia — è fortemente evocativa e richiama un immaginario classico, quasi da western o da racconto romantico ma non viene mai sviluppata in modo eroico o epico: resta piuttosto sospesa, come un sogno o una fantasia.
Il “rider” non è tanto un personaggio reale quanto una proiezione, un simbolo di qualcosa che manca: libertà, amore, o forse una via di fuga da una realtà insoddisfacente. La pioggia accentua il tono greve, trasformando la scena in qualcosa di sfocato e irraggiungibile.
Con Kathleen (Catholicism Made Easier) si torna ad un’ironia costruita attraverso dettagli e sottintesi.
La figura di Kathleen sembra incarnare una versione “addomesticata” della religione cattolica, come suggerisce il sottotitolo, filtrata attraverso una dimensione quotidiana e personale, quasi domestica, dove la fede diventa qualcosa di pratico, interiorizzato, e allo stesso tempo inevitabilmente contraddittorio, lasciando emergere una tensione tra ciò che viene creduto e ciò che viene vissuto: la religione,nella quotidianità, viene inevitabilmente semplificata, reinterpretata e adattata alle esigenze personali.
Il brano è sobrio e delicato col pianoforte che accompagna la voce senza mai imporsi, creando un’atmosfera intima, quasi confidenziale.
Il disco si chiude con Old Man on the Farm, ritratto essenziale della vita rurale americana: un uomo anziano che vive e lavora in una fattoria. Tutto ruota attorno alla quotidianità, fatta di gesti ripetuti, isolamento e una sorta di lenta consumazione del tempo in una vita che sembra procedere per inerzia. La fattoria non è descritta come un luogo idilliaco, ma come uno spazio in cui il tempo scorre lentamente e la solitudine diventa la condizione dominante.
L’ACCOGLIENZA
Il disco rappresenterà una svolta: fino a quel momento Newman era conosciuto soprattutto come autore per altri artisti e come cantautore “di culto”, apprezzato dalla critica ma con un seguito relativamente limitato. Con Little Criminals, invece, arriverà finalmente al mainstream, soprattutto grazie al successo del singolo Short People, che arriverà ai vertici delle classifiche statunitensi.
Proprio questo successo, però, genererà anche molte incomprensioni: una parte del pubblico interpreterà Short People in modo letterale, come una canzone discriminatoria contro le persone basse, nonostante fosse in realtà una satira sul pregiudizio in generale. Per Newman sarà un esempio emblematico di quanto l’uso dell’ironia possa essere frainteso quando esposto al grande pubblico.
La critica, nel complesso, sarà più lucida e generalmente positiva, anche se non unanimemente entusiasta. Molti recensori riconosceranno l’abilità di Newman nel combinare satira, storytelling e arrangiamenti raffinati, sottolineando la qualità della scrittura e la coerenza del suo sguardo ironico sulla società americana. Tuttavia, altri critici riterranno l’album meno compatto o meno incisivo rispetto ai lavori precedenti, soprattutto se confrontato con la densità narrativa del precedente Good Old Boys.
Col tempo, la reputazione del disco si è consolidata positivamente. Oggi è spesso considerato uno degli album più rappresentativi della carriera di Newman proprio perché cattura bene la sua duplice natura: autore satirico raffinato e, allo stesso tempo, cantautore capace di scrivere brani immediatamente comunicativi.
