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PalaDozza, 70 anni al centro di Bologna: non solo basket, ma la storia di una città

Nato nel 1956, il palasport di piazza Azzarita ha attraversato sette decenni tra basket, musica, politica e cultura. Un luogo che è diventato molto più di un impianto sportivo, fino a trasformarsi in uno dei simboli della città.

Ci sono luoghi che finiscono per rappresentare molto più della loro funzione originaria. A Bologna uno di questi è senza dubbio il PalaDozza, che nel 2026 celebra settant’anni dall’inaugurazione. Costruito nel 1956, quando la città stava ancora ricostruendo il proprio futuro dopo la guerra, il palazzetto di piazza Azzarita è diventato nel tempo uno dei principali punti di riferimento della vita cittadina. Enrico Schiavina, nel libro L’ombelico del basket, pubblicato da Minerva proprio per raccontarne i settant’anni, ricostruisce una storia che va ben oltre il parquet. L’impianto, con la sua struttura ellittica e le tribune inclinate a 35 gradi, è stato progettato per avvicinare il pubblico al campo, trasformandolo in parte integrante dello spettacolo.

Quante storie sono passate da quelle tribune?

Il cuore del PalaDozza rimane il basket. Sul suo parquet si sono disputate tra le 4 e le 5 mila partite e ben 71 derby tra Virtus e Fortitudo, con le V nere avanti 43-28 nel bilancio complessivo. Ma il palasport è stato molto più di una semplice casa dello sport. Le sue tribune hanno accolto eventi politici, culturali e musicali che hanno attraversato decenni di storia italiana. Qui sono passati esponenti come Moro, Craxi, Nilde Iotti, De Mita, Napolitano, D’Alema, Prodi, Bersani e Berlusconi, mentre il Pci vi celebrò il congresso che precedette la svolta della Bolognina, costringendo anche la Fortitudo a trasferirsi temporaneamente a Forlì.

Dalla musica alla cultura, un’agorà bolognese

Sul palco del PalaDozza si sono esibiti alcuni dei più grandi nomi della musica internazionale. Jimi Hendrix arrivò quasi a mezzanotte davanti a circa 400 persone rimaste ad aspettarlo, mentre prima di lui si era esibito un gruppo locale in cui suonava un giovanissimo Dodi Battaglia. Poi furono la volta di Mick Jagger, The Who, Ella Fitzgerald e Paul Anka. L’impianto ha ospitato anche Pavarotti, Riccardo Muti con i Berliner Philharmoniker, la Tebaldi, Abbado e Benigni, oltre a Eduardo De Filippo, Carmelo Bene e Dario Fo. Non sono mancati sport differenti dal basket, dalla ginnastica con Nadia Comaneci al pugilato, dal pattinaggio ai tornei benefici con Gianni Morandi e Gullit. Persino iniziative decisamente lontane dallo sport hanno trovato spazio tra quelle mura.

Quale futuro per il PalaDozza?

Proprio la quantità di storia accumulata rischia però di diventare anche una responsabilità. Il timore espresso da Schiavina è che una parte degli eventi possa progressivamente spostarsi fuori dal centro, lasciando il PalaDozza a vivere soltanto del proprio passato. Il settantesimo anniversario diventa così non soltanto un’occasione per ricordare ciò che è stato, ma anche per interrogarsi su ciò che potrà essere. La sfida è evitare che il palasport diventi un museo di sé stesso o una semplice palestra di quartiere. Intanto, nel presente, il legame con il basket resta fortissimo: la nuova stagione della Virtus si prepara a partire e il PalaDozza continuerà a rappresentare uno dei luoghi simbolo della pallacanestro bolognese.

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