C’è un consenso unanime intorno alle parole di Matteo Zuppi: il mondo produttivo, le sigle sindacali e i partiti si schierano con il cardinale nella battaglia per il riconoscimento del lavoro sociale.
Intervenuto su Repubblica, Zuppi ha denunciato la precarietà degli educatori, sottolineando come la tenuta del sistema dipenda direttamente dal loro benessere economico. «Vanno pagati meglio», ha ribadito, definendoli il pilastro su cui poggia l’intero welfare nazionale.
La sfida del Terzo Settore: oltre l’emergenza
Interrogato sul palco del 1 maggio sulle motivazioni dietro l’urgenza d’intervento sulla condizione degli educatori, Zuppi ha risposto così:
«Perché su di loro si fonda il welfare e senza di loro diventa difficile garantire protezione sociale. Gli educatori si trovano di fronte a situazioni difficili, dal lavoro nelle carceri all’accoglienza dei minori non accompagnati, dai disabili a scuola agli adolescenti e anziani. Ma è oggettiva la sproporzione tra le responsabilità che assumono e il trattamento economico che viene loro corrisposto. Per cui finiscono per sognare di stare in ufficio perché il rapporto diretto con le fragilità delle persone è più impattante, è sfidante sebbene sia decisivo».
Il primo a raccogliere il suo monito è Alberto Alberani, portavoce del Forum del Terzo Settore Emilia-Romagna. Alberani spera in un “miracolo”: l’apertura di un tavolo regionale permanente sulle prospettive del lavoro sociale, educativo, sportivo e di cura. È una richiesta che attende risposta dal 2019 e che oggi diventa vitale per trovare soluzioni concrete.
A dare manforte è anche Giulia Casarini, presidente della cooperativa Cadiai, la quale evidenzia un paradosso: pur applicando i contratti rinnovati, il settore fatica a trovare personale a causa di una cronica “scarsa attrattività“.
«È il modello stesso a comportare servizi faticosi, orari frammentati e il part time involontario», con una struttura che non risponde più ai bisogni «cambiati molto negli anni. La nostra Regione è virtuosa, impiega molte risorse, ma il problema è che continuano a non essere sufficienti. […] C’è un tema di svalutazione del lavoro sociale — conclude Casarini — che non è riconosciuto dall’opinione pubblica».
In attesa delle istituzioni, il settore ha già iniziato a muoversi autonomamente, attivando un confronto con la facoltà di Scienze dell’educazione di Bologna e aderendo al Manifesto del lavoro sociale promosso dal mensile Vita.
Basta appalti al ribasso
Sul fronte sindacale, la Fp Cgil con Marco Bonaccini avverte che l’epoca dell’ “esercito di riserva” è finita. I giovani abbandonano la professione perché le condizioni attuali sono insostenibili. La soluzione? Più attenzione degli enti locali nella stesura dei bandi.
Ancora più radicale la posizione di Federico Serra (Usb), che punta il dito contro il sistema delle esternalizzazioni:
«Va messa fine al sistema degli appalti e alla privatizzazione dei servizi pubblici. Vanno alzati gli stipendi e cancellati i turni spezzati e l’interruzione dello stipendio nei mesi estivi».
Mentre la politica locale, tramite il Pd, apre alla necessità di un tavolo di confronto, da Coalizione Civica arriva un avvertimento sulle risorse: la crisi è sistemica e i fondi nazionali sono sempre più esigui.
L’intervento di Zuppi ha dunque scoperchiato il vaso di Pandora: ora spetta alle istituzioni passare dalle parole ai fatti.
