Uscito il/nel: Settembre 1976
Etichetta: True North Records
Numero di catalogo: TN-26
Durata: 48 29″
TRACCE (testi e musiche di Bruce Cockburn, eccetto ove indicato)
Lato A
Lord of the Starfields – 3:22
Vagabondage – 4:17 (Marcel Moussette, Bruce Cockburn)
In the Falling Dark – 4:50
Little Seahorse – 4:30
Water into Wine – 5:30
Lato B
Silver Wheels – 4:41
Giftbearer – 4:39
Gavin’s Woodpile – 8:00
I’m Gonna Fly Some Day – 4:02
Festival of Friends – 4:38
Eastern Sound Studios, Toronto, Settembre 1976.
Bruce Cockburn comincia a pensare in termini di arrangiamento collettivo, non più come semplice accompagnamento della chitarra ma come spazio narrativo parallelo.
Lo stesso autore dichiarerà che “lavorare con musicisti più bravi di lui”, sarà fondamentale per segnare una svolta nel suo approccio compositivo e per questo recluta una line-up di musicisti tecnicamente molto solidi che contribuiranno alla costruzione di un suond più complesso.
Accanto alla sua voce, chitarra e dulcimer, troviamo due bassisti, Michel Donato e Dennis Pendrith, che si alternano creando una base ora più elastica e jazzata, ora più lineare e folk-rock; Bob Disalle alla batteria e Bill Usher alle percussioni definiscono una ritmica discreta ma decisiva nel dare movimento ai brani; Kathryn Moses ai flauti e Fred Stone, al flicorno e tromba, portano invece una tinta “urbana”, particolarmente evidente nei momenti più dinamici.
L’album si apre con Lord of the Starfields, che è quasi una dichiarazione poetica: una preghiera cosmica, sospesa tra spiritualità e contemplazione dell’universo. Qui la dimensione religiosa non è dogmatica ma cosmica, e l’arrangiamento mantiene una solennità ariosa, sostenuta ma mai invadente.
Vagabondage introduce un elemento di mobilità e leggerezza, anche linguistica (il testo è in francese), con un senso di viaggio perpetuo che riflette sia l’immaginario bohémien sia un’idea quasi cosmologica del movimento.
La title track, In the Falling Dark, rappresenta uno dei vertici espressivi del disco: costruita su immagini notturne e industriali, mescola percezioni urbane, tensione esistenziale e riflessione cosmica. L’arrangiamento qui è più denso e inquieto, con un senso di avanzamento lento ma inevitabile verso un’oscurità che è insieme fisica e metaforica.
Little Seahorse introduce un tema completamente diverso, quello della nascita e della vita, osservata con stupore quasi animistico. Il brano ha un carattere delicato, con flauti che accentuano il senso di meraviglia naturale.
Water into Wine è invece un intermezzo strumentale che mette in primo piano la tecnica chitarristica di Cockburn: un momento di sospensione, quasi meditativo, che richiama la sua formazione folk ma con una sensibilità più complessa.
Silver Wheels segna uno dei punti di contatto più evidenti con una dimensione urbana e contemporanea: è una sorta di road song elettrica nella percezione, pur restando acustica nella struttura, dove il flicorno e il ritmo evocano il movimento frenetico e alienante della modernità industriale.
Giftbearer torna a una dimensione strumentale ma con un respiro più orchestrale rispetto alla precedente “Water into Wine”, mentre “Gavin’s Woodpile” è probabilmente il brano più ambizioso: lungo, narrativo, attraversato da immagini sociali e politiche, mette insieme memoria personale e denuncia, mostrando un Cockburn sempre più attento alle contraddizioni del mondo contemporaneo.
Nella parte finale, I’m Gonna Fly Someday recupera una dimensione spirituale più esplicita, quasi gospel nella sua semplicità, mentre Festival of Friends chiude il disco con un tono comunitario e consolatorio, come una visione di riconciliazione tra misticismo e vita reale.
L’ACCOGLIENZA
La critica accoglierà l’album come un passo avanti importante.
Anche a distanza di anni, le valutazioni tendono a collocarlo tra i lavori più riusciti della sua prima fase: viene spesso descritto come un’opera matura, capace di fondere folk, jazz e suggestioni progressive con grande coerenza, segnando un’evoluzione rispetto ai dischi precedenti più puramente acustici.
In una recensione retrospettiva, il critico di AllMusic Brett Hartenbach scriverà che “nel complesso, questo disco supera qualsiasi cosa i suoi predecessori avessero da offrire, quasi al punto che è difficile immaginare che sia uscito solo un anno dopo Joy Will Find a Way. Il suono che era solo accennato nelle sue registrazioni precedenti è qui pienamente realizzato. In the Falling Dark potrebbe non aver reso Bruce Cockburn un nome familiare, ma ha segnato la sua ascesa come artista importante”.
Dal lato del pubblico, però, la situazione è più complessa.
Disco d’oro in Canada, e primo lavoro dell’artista ad entrare nelle classifiche USA, l’album sarà apprezzato, ma non trasformerà Cockburn in una star internazionale. Rimarrà soprattutto un artista di culto, molto rispettato ma con una notorietà limitata al grande pubblico, specialmente fuori dal Canada . Altre recensioni sottolineeranno come il disco sia “ben apprezzato sia dalla critica che dal pubblico senza però sfociare in un vero successo commerciale” .
Questo apprezzamento riflette, in fondo, la natura stessa della musica di Cockburn: sofisticata, spirituale, spesso introspettiva, poco incline alle logiche radiofoniche o alle classifiche. In altre parole, In the Falling Dark consoliderà la sua reputazione di autore importante e originale, ma non lo renderà un nome mainstream.
Col passare del tempo, tuttavia, il giudizio si è ulteriormente stabilizzato in senso positivo: oggi il disco è spesso considerato una tappa fondamentale della sua carriera, un lavoro “ponte” che ha guadagnato prestigio più duraturo che immediato successo.
Nel complesso, appare un album di transizione ma anche di piena maturità: mantiene la raffinatezza chitarristica e lirica dei lavori precedenti, ma apre a un respiro più ampio, dove temi come spiritualità, natura, viaggio e critica sociale convivono in un equilibrio ancora fragile ma estremamente fertile. È proprio questa tensione tra intimità acustica e apertura collettiva a renderlo uno dei dischi più importanti dell’intero percorso di Cockburn, nonché il primo capitolo di una trilogia che svilupperà ulteriormente queste intuizioni negli anni immediatamente successivi.
