Nell’interessante intervista di Andrea Tinti alla regista Claudia Mastroroberto in uscita sulle colonne del Corriere di Bologna, si rende giustizia all’importanza del Covo Club nel panorama musicale e culturale di Bologna, parlando anche del documentario che la stessa regista sta ultimando.
Le origini del Covo Club e il documentario
Il Covo Club nacque nel 1980 dall’idea di due giovani, Dedu e Yanez, che crearono all’interno del centro sociale “Il Casalone” un rock club, strappando l’area agli spacciatori di eroina. La regola per viverlo era una e una sola: niente droga. Non è quindi solo un locale di periferia, ma un pezzo fondamentale dell’identità culturale e musicale di Bologna, conosciuto non solo a livello locale, ma internazionale.
L’intervista prende spunto dal fatto che il documentario di Claudia Mastroroberto dedicato al locale è in via di completamento. Iniziato tra il 2019 e il 2020, il periodo di pandemia lo rallentò in modo importante, ma finalmente, la produzione della bolognese Cinelicius si avvia alla conclusione.
Il film ripercorrerà quasi mezzo secolo di musica e controcultura, raccontando come un piccolo spazio sia diventato un punto di riferimento internazionale. Ma non si fermerà a celebrare il passato, esplorerà anche la necessità ancora attuale di trasformare la passione musicale in una comunità resistente
Il Covo, un club amato da artisti locali e internazionali
Nonostante la capienza veramente ridotta, si parla di circa 200 posti, il Covo Club è amato anche da artisti che oggi riempiono palazzetti e stadi. Infatti, il documentario raccoglie anche le importanti testimonianze di Cesare Cremonini, che proprio su quel palco suonò per la prima volta davanti a un produttore, di Samuel dei Subsonica, dei Franz Ferdinand e di Jarvis Cocker dei Pulp; che scoprì con sorpresa una pista da ballo interamente dedicata a lui.
Ma c’è anche un aneddoto secondo cui Bob Dylan, dopo un concerto a Modena, abbia chiesto agli organizzatori di essere portato a vedere il Covo a Bologna.
Una grande famiglia punk
Ma cosa rende il Covo così speciale? Per la regista Mastroroberto, è senza dubbio il “sapore di casa”. Un mix di tenerezza e ruvidezza che non lo ha mai abbandonato, dove under 25 e over 60 ballano e pogano assieme. Frequentare il Covo significa essere adottati da una “famiglia punk”, un luogo libero e creativo dove scoprire nuove band o ascoltare vinili storici in totale serenità. Inoltre, in una città che si muove sempre di più verso eventi istituzionalizzati, il Covo continua a difendere la propria identità.
