La storia di Jeff Buckley torna sul grande schermo con il docufilm It’s never over, diretto dalla regista Amy Berg e distribuito nelle sale italiane per tre giorni. Il film ripercorre la vita breve ma intensissima del cantautore statunitense, scomparso nel 1997 in circostanze misteriose dopo essere entrato nelle acque del Wolf River, affluente del Mississippi, da cui non sarebbe più riemerso. A quasi trent’anni dalla sua morte, Buckley continua a essere ricordato come una delle voci più straordinarie della musica contemporanea. Il documentario prova a raccontare non solo il mito, ma anche l’uomo dietro la leggenda: un artista inquieto, profondamente sensibile e sempre alla ricerca di una propria identità musicale.

Jeff Buckley (©Jeff Buckley)
“Grace”, un unico disco diventato immortale
Nel 1994 Jeff Buckley pubblicò Grace, il primo e unico album della sua carriera. Un disco che nel tempo è diventato un vero e proprio testamento artistico. In quelle canzoni si intrecciano amore, desiderio, fragilità e malinconia, elementi che restituiscono tutta la complessità emotiva della sua musica. L’album non rivoluzionò il linguaggio del rock in senso tecnico, ma conquistò il pubblico grazie a una qualità rara: la voce di Buckley. Con un’estensione che arrivava a quattro ottave, il cantante era capace di muoversi tra registri diversi con naturalezza, trasformando ogni interpretazione in un’esperienza intensa e personale.
Tra le tracce più celebri del disco c’è la reinterpretazione di Hallelujah di Leonard Cohen, che contribuì a far conoscere la canzone a una nuova generazione di ascoltatori negli anni Novanta. Allo stesso modo Buckley reinterpretò Lilac Wine, già portata al successo da Nina Simone, dimostrando una sensibilità musicale che attraversava generi e epoche.
Un talento cresciuto tra musica e influenze culturali
Il docufilm racconta anche il percorso personale dell’artista, segnato da un ambiente musicale molto ricco. Figlio del cantautore Tim Buckley, Jeff crebbe circondato dalla musica, ma cercò sempre di affrancarsi dall’ombra del padre per costruire una propria identità artistica. Nel documentario la madre Mary Guibert ricorda gli inizi del figlio con un’immagine significativa: «Vocalizzava già nella culla con la radio, io e Jeff ci siamo cresciuti a vicenda». Un ricordo che restituisce la dimensione intima della formazione del cantante.
Le influenze musicali furono molteplici. Dalla voce di Judy Garland, che lo affascinò fin da giovane, ai Led Zeppelin ascoltati insieme al patrigno, fino alle interpretazioni intense di Nina Simone. Ma Buckley non era interessato soltanto alla musica. Il documentario mostra anche il suo interesse per la letteratura e la cultura contemporanea. Tra gli oggetti personali compare, ad esempio, un libro di Umberto Eco, Travels in Hyperreality, segno di una curiosità intellettuale che andava ben oltre il mondo del rock.

Jeff Buckley (©Jeff Buckley)
Una carriera interrotta troppo presto
Il docufilm non può evitare di confrontarsi con il mistero della sua morte. Nel 1997, mentre stava lavorando a nuovi brani, Buckley entrò nelle acque del Wolf River dicendo di voler fare una nuotata. Da quel momento scomparve per sempre. La sua carriera si interruppe improvvisamente, lasciando incompiuto il progetto di un secondo album che molti fan avrebbero voluto ascoltare. La cantautrice Joan Wasser, conosciuta come Joan As Police Woman e per un periodo legata sentimentalmente a Buckley, riassume questo sentimento nel film: «Avrei voluto ascoltare il suo secondo disco, ma non ci sono riuscita».
È forse proprio questa incompiutezza a rendere la figura di Jeff Buckley ancora più affascinante. Un artista che ha lasciato un solo album in studio, ma che è riuscito comunque a segnare profondamente la storia della musica contemporanea.
