Il sistema sanitario italiano attraversa una crisi profonda, ma è nelle pieghe del territorio che si aprono le faglie più preoccupanti.
Come riportato oggi da la Repubblica, l’Emilia-Romagna conta oltre 11mila anziani in attesa di un posto in RSA, con un picco critico a Bologna: qui la lista, al 2 aprile 2026, è salita a 849 persone, includendo cinque casi in “emergenza socio-sanitaria”. Un’istantanea che impone di andare oltre i numeri per analizzare le falle strutturali del sistema e le possibili contromisure per evitare il collasso dell’assistenza.
Le criticità
La dotazione complessiva di posti letto accreditati (pubblici o convenzionati) presenti nelle RSA del distretto di Bologna sono 1500, dunque gravemente insufficienti.
Sebbene la Legge Regionale 5/1994 fissi al 3% della popolazione over 75 lo standard minimo di copertura, e nonostante si sia già intervenuti sul Piano Socio-Sanitario nel 2025 aggiungendo mille posti a livello regionale (passando da 16 a 17 mila), Bologna resta ferma a una soglia del 2,4%.
Inoltre, è stato necessario rinvigorire l’assistenza domiciliare con 230mila ore aggiuntive, lavorando al contempo per riuscire a formare gratuitamente nuovi OSS, figure che oggi sono di arduo reperimento.
La voce dei Sindacati
A riguardo la Segretaria Generale dello Spi-Cgil Bologna, Antonella Raspadori:
“E’ stato avviato un confronto con tutti i distretti socio-sanitari e abbiamo ottenuto in tutto circa 150 posti in più da poter occupare tra 2026 e 2027, portando il tasso di copertura della popolazione residente dal 2,4 al 2,7%. Ma restano dei problemi gravi, in particolare su Bologna città perché ha una delle percentuali più basse di copertura, insieme alla pianura Ovest”.
La situazione, dunque, non volge ancora al meglio e alle famiglie non resta che organizzare l’assistenza domestica con una o più badanti, oppure rivolgersi al privato non convenzionato, ma i costi raddoppiano: 3.300 euro contro i 1.700 del regime pubblico.
Si verificano così attese estenuanti e protratte anche per anni, per un posto letto che, spesso, verrà occupato pochi mesi, poiché si arriva in struttura quando è ormai tardi, col disagio e il dolore che ne conseguono per le famiglie.
Alberto Schincaglia, Segretario Generale della FNP-Cisl, si esprime così sulla realtà delle strutture:
“La situazione di Bologna è particolarmente difficile, perché molte strutture rifiutano l’accreditamento, anche se hanno dei posti a disposizione preferiscono tenerli liberi, nel privato. […] Se entri nel regime pubblico poi devi rispettare tutta una serie di regole a garanzia dei dipendenti e dei pazienti che se lavori solo nel privato non sei tenuto a rispettare“.
Le possibili soluzioni
Di fronte a questo scenario, Sindacati e Comune stanno studiando alternative valide al ricovero in struttura. Tra le proposte spicca quella della già citata Antonella Raspadori: la creazione di un albo dei badanti per garantire alle famiglie un’assistenza qualificata e monitorata anche tra le mura domestiche.
Soluzione questa che appare ormai obbligata: con un’onda demografica degli anziani che non accenna a domarsi, il solo aumento dei posti letto, per quanto necessario, non potrà mai tenere il passo di un sistema che già oggi arranca sotto il peso dell’emergenza.
