Seguici su

Ciao, cosa stai cercando?

Eventi

Drew Westen a Bologna: quando la mente governa il potere

Lo psicologo statunitense analizza il legame tra dinamiche psichiche e leadership globale, svelando come i meccanismi emotivi e il narcisismo esemplificati da Trump sovvertano il consenso nelle democrazie moderne.

Donald Trump
Donald Trump in un'elaborazione grafica AI (Foto: Artilist / Radiabo)

Domani alle 15:00 il Salone Bolognini del Convento di San Domenico — luogo segnato dalla profonda impronta culturale di padre Michele Casali — torna a essere lo spazio cittadino d’elezione per un discorso politico lontano dalle faziosità e votato all’analisi.

Ospite dell’incontro sarà Drew Westen, psicologo clinico, membro del comitato di consulenza della rivista Psicoterapia e Scienze Umane e celebre ghost writer che ha guidato la strategia comunicativa di Barack Obama nei momenti chiave della sua ascesa.

Al centro del dibattito, che vedrà il politologo dialogare con il pubblico, ci sarà la conferenza dal titolo: «Psicopatologia della politica quotidiana: Trump, i suoi apostoli e il destino dell’ordine mondiale», un momento di riflessione in cui lo studio clinico della complessa personalità di Donald Trump diventa la chiave per decifrare l’attuale instabilità geopolitica.

Nuova narrazione politica?

Gli strumenti della persuasione politica sono i medesimi da secoli, eredità diretta dell’ars oratoria della cultura classica.

Eppure, nelle democrazie contemporanee, le strategie del racconto e il cosiddetto storytelling sono cambiati a tal punto che la distinzione aristotelica tra forma e sostanza sembra essersi dissolta: oggi, variare il modo con cui si presenta una notizia o un messaggio significa modificare la percezione stessa della realtà.

In questo cortocircuito autoreferenziale, il politico e il suo carisma diventano essi stessi il messaggio e il fine ultimo della comunicazione, un fenomeno che si fa estremo proprio quando le dinamiche caratteriali confinano con la psicopatologia analizzata da Westen: nel caso di Trump, i tratti marcatamente narcisistici, l’aggressività comunicativa e le rotture radicali degli schemi istituzionali smettono di essere un semplice filtro e diventano la sostanza stessa che catalizza il consenso profondo della folla.

Oratori moderni

Se nell’antichità la figura dell’oratore, quali Demostene o Cicerone, era totale e riuniva in sé l’intera triade della retorica aristotelica (Logos, Ethos e Pathos), ovvero logica del discorso, costume e autorevolezza del parlante e in ultimo l’impatto emotivo sul pubblico, la modernità ha frammentato il ruolo.

Da un lato, infatti, ci sono lo spin doctor e il ghostwriter (scrittore fantasma), ovvero i registi e gli autori dietro le quinte ai quali viene delegata la costruzione tecnica della comunicazione.

Dall’altro c’è il politico-attore che sul palco deve sprigionare, mettendoci il proprio corpo, il carisma e l’empatia necessari a tradurre lo spartito in azione.

Quando questo complesso meccanismo si esaspera in forme estreme e polarizzanti, come accade con Trump, “attore” che distrugge i copioni più tradizionali imponendo la propria specifica e dirompente struttura psichica, cambiano radicalmente le sorti delle democrazie.

Westen e l’incontro al Salone Bolognini

Westen è una figura perfettamente assimilabile a questo sofisticato ruolo di stratega e scrittore ombra.

Noto nella comunità scientifica per i suoi contributi straordinari sulla personalità e la diagnosi, ha applicato i suoi studi alla politica nel saggio del 2007 La mente politica. Il ruolo delle emozioni nel destino di una nazione (Il Saggiatore, 2008), un’opera che ha influenzato profondamente non solo le campagne elettorali di Obama, ma anche quelle di leader in Brasile e Irlanda.

L’incontro di domani si arricchirà inoltre degli interventi online di due autorevoli colleghi: Morris Eagle e Allen Frances.

Quest’ultimo, già capo della task force del DSM-IV e figura chiave nel dibattito psichiatrico internazionale sulla figura dell’ex Presidente USA, è autore del libro Il crepuscolo di una nazione: l’America di Trump all’esame di uno psichiatra (Bollati Boringhieri, 2018).

Lontano da logiche di parte o di propaganda, ecco alcuni stralci dell’intervista rilasciata da Westen al Corriere di Bologna, spunti utili a comprendere come le parole, i tratti della personalità e i meccanismi più profondi della mente possano governare il consenso moderno.

Professor Westen, perché le emozioni sono così importanti in politica?

«I primi giudizi che formuliamo sulle persone sono in realtà giudizi emotivi istintivi. In politica alcuni di questi giudizi istintivi sono particolarmente importanti quando vengono applicati a un partito, a un candidato o a un leader: condividono i miei valori? Si preoccupano delle persone come me? Se la risposta a entrambe le domande è sì, le persone hanno buone ragioni per votarti. L’aspetto interessante è che questi giudizi emotivi istintivi racchiudono in realtà una grande quantità di informazioni […]. Naturalmente possiamo essere ingannati, ed è questo il problema dei demagoghi nelle società democratiche».

I politici di destra e di sinistra comunicano diversamente?

«Praticamente ovunque si guardi nelle democranze moderne […] si vedono due grandi differenze […]. La prima è che i leader della destra comprendono il ruolo delle emozioni e dei valori nel rapporto con gli elettori. Spesso sfruttando questa comprensione suscitando odio, divisione o disprezzo, ma molti semplicemente esprimono i propri valori in modo chiaro. I leader della sinistra sono molto meno propensi persino a usare la parola “moralità”, nonostante la principale differenza tra destra e sinistra riguardi proprio le convinzioni su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Perché la politica non è altro che moralità su larga scala. La seconda differenza è che i politici di destra tendono a offrire una visione del mondo in cui Bene e Male sono semplici e privi di sfumature […]. Gli elettori moderati, che spesso decidono le elezioni, apprezzano invece la complessità morale».

In che modo Trump è diverso dagli altri politici?

«I fondatori degli Stati Uniti sapevano e temevano da sempre che prima o poi sarebbe arrivato un Trump, proprio come i filosofi del contratto sociale […] temevano l’arrivo di un demagogo capace di convincere le persone a fare ciò che in tempi normali non farebbero mai. […] Trump nel suo secondo mandato rappresenta una rottura radicale rispetto a qualsiasi cosa abbiamo mai visto nella politica americana. Prima di occuparmi di politica, ero un ricercatore che studiava la classificazione dei disturbi psichiatrici, in particolare i disturbi della personalità. Non ho mai visto, né nel mio lavoro clinico né nei miei anni di ricerca, un disturbo narcisistico della personalità grave quanto il suo. Trump ha capito che il modo migliore per realizzare un colpo di Stato è vincere democraticamente le elezioni e poi smantellare la democrazia dall’interno».

E tu cosa ne pensi?

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *