Dalla generazione precedente alla mia l’anno 1944 era ricordato come il più tremendo da loro vissuto: l’occupazione tedesca, la guerra civile, le angherie delle SS e delle camicie nere, le deportazioni, la fame, l’inverno freddissimo, le diecine di migliaia di sfollati ammassati nel centro storico; in quei mesi si consumò anche la vicenda del salvataggio del Radium.
Il 30 giugno 1944 il Prof. Gian Giuseppe Palmieri, ordinario di Radiologia all’università di Bologna e Direttore dell’Istituto del radio all’ospedale Sant’Orsola, che aveva in custodia una dotazione di radium, materiale radioattivo necessario nelle cure antitumorali, fu avvertito che questo materiale sarebbe stato sequestrato dai tedeschi che occupavano la città. Bologna non ne fu esclusa.
Il Radium, un tesoro che faceva gola agli occupanti
Il radium faceva gola non perché, come si racconta, ai tedeschi servisse per fare la bomba atomica (per quella serve l’uranio arricchito), ma perché, più prosaicamente aveva un valore commerciale altissimo. Si parla di molte diecine di milioni di allora e rientrava nel piano di sistematica spoliazione del territorio da parte degli occupanti.
Il Prof. Palmieri decise di non obbedire per non perdere quella che allora era l’unica terapia antitumorale efficace e per non privare la città di un patrimonio importante. Da qui la decisione di farlo sparire. Ma non poteva contare sull’appoggio del Rettore dell’Università, allineato agli occupanti. Poteva contare solo sui suoi collaboratori e su suo figlio Gianni, laureando in medicina.

L’ingresso esterno del Policlinico Sant’Orsola (© Foto Paolo Righi/Meridiana Immagini. Tratta dal sito ufficiale del Policlinico Sant’Orsola)
La Resistenza passava anche dal nascondere questi materiali
Con l’aiuto determinante di alcuni esponenti della Resistenza (Mario Bastia, Massenzio Masia e altri, aderenti alle brigate del Partito d’Azione ‘Giustizia e Libertà’) il radium (contenuto in un astuccio di piombo) fu portato a Villa Torri dal Prof. Gardini e qui consegnato a Mario Bastia.
Il nascondiglio del radium paradossalmente fu molto vicino al Sant’Orsola. Infatti, fu occultato in una profonda buca nella cantina del Dottor D’Ajutolo, in via San Vitale 57, sotto una catasta di legna. E lì restò fino alla liberazione e al suo ritorno al Sant’Orsola.

Caseggiato si via San Vitale 57
Il salvataggio del Radium del Sant’Orsola nel 1944
Quando i tedeschi andarono per prendersi il radium non si trovò né il Prof. Palmieri, né la chiave della cassaforte dove era abitualmente riposto il materiale. Fu prelevato dalla galera uno scassinatore, ma la cassaforte era vuota. “Scornati”, i tedeschi cercarono i colpevoli che però erano già altrove. Il Prof. Palmieri, il figlio Gianni e il Prof. Gardini erano stati portati al di là dell’Appennino dai Partigiani, nella Firenze già liberata.
Inizialmente, quindi, il salvataggio del Radium del Sant’Orsola in quel 1944 rimase impunito.

Gianni Palmieri
La morte di Gianni Palmieri
Il giovane Palmieri si aggregò come medico ai partigiani; in uno scontro non volle ripiegare con i suoi compagni per restare accanto ai feriti e fu catturato. Gianni Palmieri venne risparmiato e aggregato al contingente tedesco in qualità di medico, mentre tutti i feriti che stava soccorrendo e i civili presenti nella zona vennero uccisi nel corso della giornata.
Dapprima fu rispettato il suo essere medico e venne utilizzato anche come tale dai tedeschi, ma poi prevalse la logica della guerra fratricida: Gianni Palmieri non aveva risposto all’arruolamento della Repubblica Sociale e quindi era considerato un disertore e come tale fu ucciso.
Alcune settimane più tardi, il suo cadavere venne trovato in un bosco. Si ritiene che sia stato torturato e ucciso il 30 settembre 1944. Il 30 ottobre 1946, venne decretata alla memoria la Medaglia d’Oro al Valore Militare.
A Gianni Palmieri sono intitolate una via a Bologna, un’ala dell’Istituto del Radio all’Ospedale Sant’Orsola e la scuola di Radiologia.

Il castello di San Martino in Soverzano (© Wikipedia)
La famiglia Palmieri a San Martino in Soverzano
Nel timore delle rappresaglie le donne della famiglia Palmieri furono ospitate dal Conte Cavazza nel castello di San Martino di Soverzano, luogo che godeva di fatto di una specie di extraterritorialità grazie alla amicizia fra il Conte Filippo Cavazza e il comandante della piazza militare tedesca a Bologna, il Generale Van Senger.
Questi, non era mai stato nazista, era un militare di carriera, cattolico praticante come il conte Cavazza, che aveva portato il comando fuori città aderendo al tentativo, mai realizzato in realtà, di creare di Bologna una “città aperta”, cioè un luogo privo di interesse militare e come tale preservato dai bombardamenti.
I comandi delle SS e dell’esercito repubblichino invece erano restati in città. Dopo la guerra il Generale Van Senger fu prosciolto da ogni incriminazione per crimini di guerra anche grazie alla testimonianza del Conte Filippo Cavazza e di altri membri della Resistenza.
Tornando a San Martino in Soverzano, Van Senger aveva portato il comando fuori dalla città, a Minerbio (a poca distanza da San Martino di Soverzano). Il castello durante l’occupazione tedesca fu uno dei pochissimi luoghi dove era possibile alle parti in guerra incontrarsi per accordi come lo scambio di prigionieri.
Gianni Palmieri non fu il solo fra i protagonisti della vicenda a morire. Dopo poche settimane due spie infiltrate nel Partito d’Azione fecero arrestare venti partigiani e otto immediatamente furono passati per le armi; altri sette finirono a Mauthausen e uno solo sopravvisse. A fine 1944 in uno scontro all’Università morì anche Mario Bastia. Il Radium, però, era stato messo in salvo.

Mario Bastia
