Hanno curricula che parlano da soli, con almeno un dottorato, spesso seguito da un post dottorato, pubblicazioni su riviste scientifiche di primo piano e progetti sostenuti da fondi europei. Eppure, non basta.
Per centinaia di ricercatori italiani il traguardo della stabilità resta un sogno lontano, quasi irraggiungibile, sospeso in un precariato che sembra non finire mai. A Bologna, ad esempio, sono circa 200 le ricercatrici e i ricercatori che vivono grazie ad assegni e contratti a termine, rinnovati anno dopo anno.
Appena 290 dipendenti a tempo indeterminato
E questo mentre il Consiglio Nazionale delle Ricerche conta sotto le Due Torri appena 290 dipendenti a tempo indeterminato.
Si tratta di professionisti impegnati nei settori più strategici dall’ambiente alle energie rinnovabili, dalla biodiversità alla prevenzione dei rischi sismici e idrogeologici, fino allo studio degli oceani e dello spazio. Attività che hanno ricadute concrete sulla vita quotidiana, dalla diagnostica medica ai sistemi GPS.
All’estero o anche nel settore privato, invece, queste stesse competenze trovano infatti condizioni decisamente più favorevoli. L’ultima speranza era legata ai fondi del Pnrr, ma con il loro esaurimento lo scenario si è fatto ancora più incerto, lasciando molti di questi talenti senza prospettive chiare per il futuro.
40 ricercatori precari su 140 hanno scelto di andarsene
Secondo un sondaggio interno, a dicembre 2025 i ricercatori precari erano circa 140. Di questi, almeno una quarantina ha già scelto di andarsene, stanca di attendere una stabilizzazione che continua a non arrivare.
Un’emorragia silenziosa di competenze che si consuma mentre restano irrisolti i nodi strutturali del sistema. «Grazie alle nostre proteste– spiega la portavoce dei precari bolognesi, Giulia Daniele- siamo riusciti a ottenere l’applicazione della legge Madia, che prevede la stabilizzazione dei dipendenti pubblici con oltre tre anni di servizio».
A Bologna, su 35 ricercatori solo 10 hanno avuto un contratto a tempo indeterminato
Ma i risultati, finora, restano parziali. Le risorse sono state trovate, e solo dopo pressioni e opposizioni, per stabilizzare 185 persone in tutta Italia, a fronte di oltre 600 aventi diritto. A Bologna, su 35 ricercatori che rientravano nei requisiti, solo 10 hanno ottenuto un contratto a tempo indeterminato. Un divario che continua ad alimentare incertezza e fuga di talenti.
A fare la differenza, nei pochi percorsi di stabilizzazione, è stato un criterio tanto semplice quanto spietato: i mesi di anzianità. Così, tra chi ce l’ha fatta, la media racconta una lunga attesa, con circa sette anni di precariato prima di ottenere un contratto stabile.
Il quadro all’Inaf di Bologna
E se il quadro generale appare già critico, in alcuni enti assume contorni ancora più pesanti. All’Inaf di Bologna, tra l’Istituto di Radioastronomia e l’Osservatorio di Astrofisica, si contano 132 lavoratori: ben 72, oltre la metà, sono precari. Una proporzione che fotografa con chiarezza la fragilità del sistema e che ha spinto anche qui a mesi di mobilitazione.
Rimane una costante l’incertezza per il futuro dei ricercatori
Chiude il quadro il Crea, il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria. Si calcola che circa 100 dipendenti, una quindicina sono senza un contratto stabile. Rimane una costante l’incertezza che continua a segnare il destino di una parte rilevante della ricerca pubblica italiana. Possediamo un serbatoio di conoscenza inestimabile, eppure gli anni trascorsi a studiare, la dedizione e l’impegno sia da un punto di vista del tempo impiegato, sia per quanto riguarda una concreta prospettiva economica non bastano per avere un futuro soddisfacente.
La paura di restare impigliati in queste reti ci porta a recidere le nostre radici e a trasferirci altrove, all’estero, dove le prospettive sembrano essere migliori, dove poter vedere riconosciuto il nostro talento e perseveranza.
(Fonte: Repubblica, Emanuele Giampaoli)